De Timiditate

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Non è un caso che Seneca, Cicerone, Marco Aurelio e altri filosofi della classicità seppur così attenti all’etica dei vizi e delle virtù mai abbiano scritto un De timiditate o ne esaltassero i meriti. Forse, a quei tempi, rappresentava una tal ignominia l’esserne affetti e preda, da non meritare alcuna attenzione. Da nemmeno pronunciare. Non v’è dubbio che altre fossero le parole latine che poi avrebbero riaccreditato nella modernità la timidezza, sempre per lo più esprimenti il contrario della forza fisica, della brutalità, dell’arroganza e della violenza morale verso chicchessia. Si trattava comunque di debolezza virile, di maschia impotenza. Più indulgenti e tolleranti furono i latini verso la timidezza delle donne (indice di castità, di accoglienza, di spirito pio, di sottomissione soprattutto) quando solevano ricondurla alla virtù della mansuetudine che si consegnava a una figura femminile incoronata d’ulivo. Ma già la timidezza ormai aveva cambiato nome, sfrangiandosi in caratteri che la morale, dalla Grecità etica suggerita, avrebbe variamente declinato verso il bene. Penelope è timida e vereconda per astuzia; la ninfa Calipso lo diventa per amore; Antigone ne fa la sua tenacia ribelle, un coraggio notturno e pietoso.
Diversa sorte era assegnata al maschio timidus; il quale per paura congenita, per effeminatezza, per infingardaggine, era quanto di peggio potesse assicurare alla famiglia, alla comunità, al pagus (al villaggio), alle legioni la sicurezza dovuta a Roma. Il timido fugge dinanzi al nemico, può tradire in ogni momento, può sottrarsi (anzi lo fa sempre) alla pugna, fingendosi morto e poi vantarsi come il miles gloriosus più spaccone di aver infilzato più di trenta nemici.
Timido e tumido (ciò che è oscenamente rigonfio, turgido) hanno assonanze indubbie a indicare a quali deformità è possibile giungere. Tumida, viscida, rigonfia di liquame può essere la paura. Può, a tal punto il “tumido” atterrito, all’approssimarsi degli avversari, sbiancando in volto, se ridotto al rango di sentinella, fuggire rotolando senza riuscire a dare l’allarme, con voce strozzata dal terrore. A tal punto il panico lo tende – e non il sesso – ma la vescica. Quanti gracili guerrieri irrisoluti – posti sugli spalti, sulle torri del campo, a mo’ di fantocci e bersagli in quanto inutili al combattimento, e poi buttati fuori dalle trincee – non hanno fatto altro che confermare quanto la timidezza non sia altro che vigliaccheria?

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 83-84.

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