Un cenacolo

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Una frazione insignificante di mondo, una manciata di intenditori ed esteti, un cenacolo più piccolo del dito mignolo e che entrerebbe tutto in un caffè sta lì a parlarsi addosso, spremendo postulati sempre più sublimi. E il peggio è che i loro gusti non sono veri gusti: la vostra costruzione piace loro solo in parte; quel che veramente piace è la loro scienza in materia di costruzione. Dunque un autore si sforza di sfoggiare il suo senso della costruzione solo perché l’intenditore possa sfoggiare la sua conoscenza dell’argomento? Silenzio, sssh, mistero: da una parte il creatore cinquantenne che, prostrato davanti all’altare dell’arte, crea pensando al capolavoro, all’armonia, alla precisione, al bello, allo spirito e allo sforzo vittorioso; e dall’altra l’intenditore che si intende e con il suo profondo studio approfondisce la creazione del creatore. Dopodichè l’opera arriva al lettore e il frutto di tanta sofferenza viene accolto nel modo più parziale possibile, tra una telefonata e un boccone di braciola. Da una parte lo scrittore ci mette anima, cuore, arte, fatica, dolore; e dall’altra il lettore non ne vuol sapere oppure gli presta un’attenzione distratta e superficiale, fra una telefonata e l’altra. E così le piccole realtà quotidiane distruggono il povero scrittore che, dopo aver sfidato il drago, deve scappare davanti a un cagnolino da salotto.

Witold Gombrowicz, Ferdydurke (trad. di Vera Verdiani), Feltrinelli, Milano 1993, pp. 70-71

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