La mia vita segreta (2)

dalì1

Qui la recensione di Gaia Conventi.

Letteralmente mi adoravano, mi vezzeggiavano, mi compravano le scarpe, mi ordinavano cravatte a disegno unico, mi prenotavano le poltrone a teatro, mi preparavano le valigie, sorvegliavano la mia salute, si preoccupavano per il mio umore e combattevan, con la violenza di uno squadrone di cavalleria, le difficoltà pratiche che mi impedivano di realizzare una qualsiasi fantasia.
Mio padre, dopo l’esperienza dell’anno precedente, mi versava soltanto unmodestissimo mensile, ma con molto candore dcontinuava a pagare tutti i miei conti. Al resto supplivano gli amici, chi impegnando un magnifico anello di famiglia, chi ipotecando una proprietà appena ereditata, chi vendendo un’automobile per garantire le stravaganti spese di due o tre giorni. Eravamo tutti circondati dall’alone di “figli di papà”, e ottenevamo prestiti da chiunque, rimborsando noi stessi, ogni tanto, i nostri creditori, i quali, generalmente, venivano poi interamente risarciti dai nostri genitori.
Le vere vittime non erano certo gli uomini d’affari che ci aiutavano professionalmente, ma i nostri modestim, i nostri generosi amici che ci prestavano il oro risparmi per simpatia, per affetto, per ammirazione, e noi facevano pagare a caro prezzo qualsiasi colloquio amichevole, producendoci in uscite istrioniche: “Siamo stati derubati!” gridavo cinicamente intascando “Solo la mia osservazione a propostio del realismo e del cattolicesimo vale cinque volte questa misera somma!”.

Salvador Dalì, La mia vita segreta, Abscondita, Milano 2006, pp. 157-158

 

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