materiali 8. Uomo e natura

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In realtà, l’alchimia è un atteggiamento culturale che nasce con l’uomo. Dal momento in cui esiste l’uomo pensante, raziocinante, esiste l’uomo che ha dei rapporti con la natura; nel momento in cui ha dei rapporti con la natura, l’uomo ritiene di dover entrare nel vivo della natura per utilizzarla.

I primordi dell’alchimia si sono avuti con tutti i tentativi che l’uomo ha fatto per conoscere la natura inanimata, a partire dalla scoperta del fuoco e dei metalli attraverso il fuoco. Le sorgenti e i pozzi, le grotte e le caverne, erano assimilati all’utero femminile, quindi alla matrice della Terra Madre. Si riteneva che i fiumi sacri della Mesopotamia avessero le loro sorgenti nell’organo genitale della grande Dea. La fonte dei fiumi era d’altronde considerata la vagina della terra. In babilonese, pu significava sia fonte di un fiume che vagina, e analogamente in sumerico buru significava vagina e fiume. In ebraico, il termine pozzo è impiegato anche nel senso di donna, sposa. In egiziano, il vocabolo bi significa utero e galleria di miniera. La designazione di Delphys, utero, si è conservata nel nome del santuario ellenico di Delfi.

Il ruolo rituale delle caverne, attestato fin dalla preistoria, potrebbe anche essere interpretato come un ritorno mistico alla “Madre”, il che spiegherebbe sia il senso delle sepolture nelle caverne, sia i riti iniziatici praticati in questi stessi luoghi. Se le sorgenti, le gallerie delle miniere e le caverne sono assimilate all’utero della terra madre, tutto ciò che giace nel ventre della terra è vivo, benché allo stadio di gestazione. I minerali estratti dalle miniere sono in qualche modo degli embrioni: crescono lentamente, come se obbedissero a un ritmo temporale diverso da quello degli organismi vegetali e animali; non di meno essi crescono, “maturano” nelle tenebre telluriche. La loro estrazione dal seno della terra è, quindi, un’operazione effettuata prematuramente. Se avessero avuto il tempo necessario per svilupparsi, cioè il ritmo geologico del tempo, i minerali sarebbero diventati metalli “maturi”, perfetti. Accelerando il processo di crescita del metallo, il metallurgo precipitava il ritmo temporale: mutava il tempo geologico in tempo vitale. La roccia genera le pietre preziose. Il nome sanscrito dello smeraldo è asmagarbhaja, “nato dalla roccia”, e i trattati indiani di mineralogia ne indicano la “matrice” nella roccia. L’autore dello Jawahirnameh (il libro delle pietre preziose) distingue il diamante dal cristallo secondo una differenza di età, espressa in termini embriologici: il diamante è pakka, cioè “maturo”, mentre il cristallo è kaccha, cioè “immaturo”, “verde”, non sufficientemente sviluppato.

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Ora, una concezione simile si è conservata in Europa fino al XVII secolo. Nel Mercure Indien, de Rosnel nel 1672 scriveva: «Il rubino, in particolare, nasce a poco a poco nella miniera; in principio è bianco e, crescendo, assume il suo colore rosso; da questo deriva il fatto che se ne possono trovare alcuni completamente bianchi, altri parte bianchi e parte rossi […] Come il bambino si nutre di sangue nel ventre materno, così si forma e si nutre il rubino». Persino Bernard Palissy scriveva che, come tutti i frutti della terra, i minerali «hanno, nella loro maturità, un colore differente da quello che avevano alla loro nascita». L’idea che i metalli “crescano” nel seno della miniera, concezione attestata già nell’antichità, si conserverà a lungo nelle speculazioni mineralogiche degli autori occidentali. «I materiali metallici – scrive Girolamo Cardano – si trovano nelle montagne, non diversamente dagli alberi, con radici, tronco, rami e numerose foglie». «Cos’è una miniera, se non una pianta coperta di terra?». A sua volta, Bacone scrive: «Alcune testimonianze antiche riferiscono che nell’isola di Cipro si trova una qualità di ferro che, ridotto in minuti frammenti e sepolto in un terreno bagnato di frequente, vi vegeta, per così dire, al punto che tutti questi frammenti diventano molto più grossi».

Queste concezioni arcaiche di una crescita dei metalli resistono a secoli di esperienza tecnica e di pensiero razionale, basti pensare alle nozioni mineralogiche acquisite dalla scienza greca. La spiegazione potrebbe consistere nel fatto che simili immagini tradizionali si rivelano, in fin dei conti, più vere dei risultati delle osservazioni precise e minuziose sul regno minerale: più vere, perché veicolate e valorizzate dalla nobile mitologia delle età della pietra. Per lo stesso motivo si lasciavano riposare le miniere dopo un periodo di intenso sfruttamento. La miniera, questa matrice della terra, richiedeva tempo per poter generare di nuovo.

Plinio scriveva che le miniere di galeno in Spagna «rinascevano» dopo un certo tempo. Indicazioni analoghe sono reperibili in Strabone, e Barba, un attore spagnolo del XVII secolo, le riprende a sua volta: una miniera sfruttata è in grado di ricostituire i propri giacimenti, a condizione di essere chiusa e tenuta a riposo per dieci o quindici anni. Perché, aggiunge Barba, coloro che credono che i metalli siano stati creati all’inizio del mondo commettono un errore grossolano: i metalli «crescono» nelle miniere. Il minerale greggio “cresce”, “matura”, e questa immagine della vita sotterranea acquista talvolta una valenza vegetale. Un chimico come Glauber ritiene ancora che «se il metallo raggiunge la perfezione e non viene estratto dalla terra da cui non riceve più nutrimento, può essere paragonato, in questo stato, all’uomo vecchio, decrepito […] La natura conserva la stessa circolarità di nascita e morte nei metalli come nei vegetali e negli animali». Perché, come scrive Bernard Palissy: «Dio non creò tutte queste cose per lasciarle inoperose […] Gli atri e le piante non sono inoperosi: il mare si sposta da una parte all’altra […] e anche la terra non è mai oziosa […] Ciò che si consuma naturalmente in essa, viene naturalmente rigenerato; essa lo rifà, in un modo o in un altro […] Tutto, esattamente come sulla superficie della terra, lavora a creare qualche cosa; allo stesso modo, anche l’interno, la matrice della terra lavora a produrre».

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