materiali 9. Zolfo e mercurio

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L’alchimia si inserisce nel medesimo orizzonte spirituale dell’uomo: l’alchimista riprende e perfeziona l’opera della Natura, nello stesso tempo in cui lavora a “fare” se stesso. Per seguire la simbiosi delle tradizioni metallurgiche e alchemiche alla fine del Medioevo, è utile un documento estremamente prezioso: il Bergbüchlein, il primo libro tedesco pubblicato sull’argomento, stampato ad Augusta nel 1505.

Nella prefazione al suo De re metallica, del 1530, Georg Agricola attribuisce il Bergbüchlein a Colbus Fribergius, medico di valore, non ignobilis medicus, che viveva a Friburgo, fra i minatori di cui espone le credenze e le pratiche, interpretandole alla luce dell’alchimia. Questo volumetto, rarissimo e particolarmente oscuro, liber admodum confusus come diceva Agricola, è stato tradotto da A. Daubrée con la collaborazione di un ingegnere minerario di Coblenza, e pubblicato sul Journal de Savants nel 1890. È un dialogo fra Daniel, esperto in tradizioni mineralogiche (der Bergverstanding) e il giovane apprendista minatore (Knappius der Jung). Daniel gli spiega il segreto della nascita dei minerali, l’ubicazione delle miniere e le tecniche di sfruttamento. «È da notare che, per la crescita o generazione di un minerale metallico, sono necessari un genitore e una cosa sottoposta, o materia, che sia capace di ricevere l’azione generatrice» (J. Reinand, Études encyclopédiques, vol, 4, citato da A. Daubrée, La génération des mineraux métalliques dans la pratique des mineurs du Moyen Age, J. Savants 1890).

L’autore ricorda l’opinione, diffusissima nel medioevo, che i minerali siano generati dall’unione di due princìpi, lo zolfo e il mercurio. «Altri pretendono che i metalli non siano generati dal mercurio, perché in molti luoghi si trovano minerali metallici ma non mercurio; al posto del mercurio, essi suppongono una materia umida, fredda e mucosa, senza zolfo, che è tratta dalla terra come il suo sudore, e attraverso la quale, con la copulazione dello zolfo, tutti i minerali sarebbero generati […] Nella fusione di mercurio e di zolfo, quest’ultimo si comporta come il seme maschile e il mercurio come l’elemento femminile nel concepimento e nella nascita di un bambino […] Perché il minerale nasca con facilità si richiede la qualità propria di un vaso naturale come i filoni, in cui il minerale si è generato […] Sono poi necessari vie, accessi agevoli, attraverso i quali il potere metallico o minerale possa introdursi capillarmente nel vaso naturale» (A. Daubrée, op. cit.).

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L’orientamento e l’inclinazione dei filoni sono in relazione coni punti cardinali. Il Bergbüchlein ricorda le tradizioni secondo le quali gli astri regolano la formazione dei metalli. L’argento “spunta” sotto l’influenza della Luna, e i filoni sono più o meno ricchi di argento secondo la loro posizione rispetto alla “direzione perfetta”, segnata dalla posizione della Luna. Il minerale aureo cresce, naturalmente per influsso del Sole: «Secondo l’opinione dei saggi, l’oro è generato da uno zolfo chiarissimo, ben purificato e rettificato nella terra, sotto l’azione del cielo, principalmente del Sole, in modo tale che non contenga più alcun umore che possa essere distrutto o bruciato dal fuoco, né alcun liquido o umido che il fuoco possa far evaporare».

Il Bergbüchlein spiega allo stesso modo la nascita del minerale di rame sotto l’influsso del pianeta Venere, quella del ferro sotto l’influsso di Marte, quella del piombo sotto l’influsso di Saturno. Questo testo è importante perché attesta, in pieno quindicesimo secolo, un complesso di tradizioni minerarie che derivano in parte da una concezione arcaica dell’embriologia minerale, e in parte da speculazioni astrologiche babilonesi. Queste ultime sono chiaramente posteriori alla credenza nella generazione dei metalli in seno alla Terra Madre, come del resto anche l’idea alchemica, ripresa dal Bergbüchlein, secondo la quale i minerali si formerebbero attraverso l’unione dello zolfo e del mercurio. Nel Bergbüchlein si distingue chiaramente tra la tradizione arcaica e “popolare”, che insiste sul tema della fertilità della Terra Madre, e la tradizione erudita, nata dalle dottrine cosmologiche e astrologiche babilonesi.

Nella Summa Perfectionis, un’opera alchemica del XIV secolo, si legge che «quanto la Natura non riesce a perfezionare in un grande spazio di tempo, noi, con la nostra arte, possiamo portarlo a compimento in breve».
geberi La nobiltà dell’oro è dunque frutto della sua “maturità”: gli altri metalli sono “comuni” perché “acerbi”, “immaturi”. Ora, la Natura è finalizzata al perfezionamento del regno minerale, alla sua “maturazione” ultima. La trasmutazione “naturale” dei metalli in oro è inscritta nel loro destino. In altri termini, la Natura tende alla perfezione. Ma, poiché l’oro è carico di un simbolismo altamente spirituale, («l’oro è l’immortalità», ripetono i testi indiani), diventa evidente che in questo modo, preparata da certe speculazioni alchemico-soteriologiche, si fa strada l’idea del ruolo assunto dall’alchimista in quanto Salvatore fraterno della Natura. Egli aiuta la Natura a realizzare il proprio scopo, a raggiungere il proprio “ideale”, che consiste nel compimento della sua progenie minerale, animale o umana fino alla maturità suprema, cioè fino all’immortalità e alla libertà assoluta: e l’oro è, infatti, il simbolo della sovranità e dell’autonomia.

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