materiali 10. Scoperte alchemiche

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A partire dal XV secolo l’alchimia, la scienza che gli adepti pretendevano essere la vera, si presenta come una dottrina completa, immutabile, mai chiaramente esposta, ma definita con simbolismi le cui formule si conserveranno invariate sino ai nostri giorni. Dottrina misteriosa, che non poteva progredire perché aveva raggiunto sin dall’inizio la sua massima perfezione e che non poteva subire modificazioni, peraltro non necessarie. Accanto ai veri adepti, gravita la folla dei non iniziati, che non sono penetrati nel segreto della dottrina vera e lavorano su materie eteroclite, che non li condurranno mai al risultato voluto: sono essi i falsi alchimisti, i cosiddetti soffiatori.

Non è dunque dall’alchimia, come spesso si dice, che nacque la chimica moderna, ma piuttosto dallo stravagante lavorio dei soffiatori, che, ostinandosi in esperimenti su sostanze strane che i veri adepti condannavano, non giunsero alla pietra filosofale, ma si trovarono a compiere fortuite e inattese scoperte, come Kunckel, che isolò il fosforo, a cui non pensava nemmeno, e Blaise de Vignére, che scoprì senza volerlo l’acido benzoico. Ci si può fare difficilmente un’idea dell’estrema complicazione degli apparati immaginati dai soffiatori per le loro misteriose ricerche: una collezione di questi strumenti è visibile nel laboratorio allestito nel Museo Alsaziano di Strasburgo e un’altra, eccezionale, nella sala 78 del Museo tedesco di Norimberga. Sfogliando le opere di David de Planis-Campy e di Manget e il Coelum Philosophorum, si scopriranno numerose figure di alambicchi, storte e apparecchi da distilazione usati nel XVI e XVII secolo. Ma a fornircene il numero più vasto è Mylius nella sua Basilica Philosophica, vel volume IV della sua Chymica, francoforte 1620.

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Non si può fare a meno di meravigliarsi della complicatezza di questi apparecchi se si pone mente la semplicità della dottrina degli alchimisti, che non cessano di ripetere: «Un solo corpo, un solo vaso!» Ma a quanto errori non si esponevano coloro che non avevano la chiave del mistero, quando sentiamo lo stesso Nicolas Flamel confessare nel suo Livre del Figures: «nel lungo periodo di ventun anni feci mille intrugli, perfino col sangue, il che è sconveniente e inutile. Perché trovavo nel mio libro che i filosofi chiamano sangue lo spirito minerale che è nei metalli… non vedendo dunque nella mia operazione i segni descriti dal mio libro, tutte le volte dovevo ricominciare».

Un alchimista, Denis Zachaire, che anch’egli a lungo errato prima di trovare la via vera e naturale, ha lasciato un affascinante quadro di questa febbre di ricerche che nel XVI secolo si impossessò di moltissime persone, con un’intensità che può essere paragonata alla follia di speculazione che possiede oggi la maggior parte degli individui. Egli descrive così il suo arrivo a Parigi nell’Opuscule très excellent de la vraye philosophie naturelle del métaux, Lione 1612: «Dopo aver incominciato a frequentare gli artigiani, e cioè gli orefici, i vetrai, i fabbricanti di fornelli e diversi altri, nel giro di un mese mi accorsi di averne conosciuti più di cento. Alcuni lavoravano alla confezione dei metalli mediante colate, altri mediante fusioni, gli altri mediante soluzioni, e altri ancora mediante congiunzione con l’essenza, come essi dicevano di Lemery, e altri ancora mediante lunghe cotture: alcuni lavoravano all’estrazione dei mercuri dai metalli, altri alla loro fissazione, così che non passava giorno, nemmeno le feste e le domeniche, che non ci riunissimo o nell’appartamento di qualcuno, spesso nel mio, oppure a Notre-Dame la Grande, che è la chiesa più frequentata di Parigi, per discorrere su quanto ciascuno aveva fatto nei giorni precedenti. Alcuni dicevano: “Se avessimo i mezzi per ricominciare, faremmo qualcosa di buono”. E altri: “Se la nostra marmitta avesse tenuto, a quest’ora saremmo in porto”; altri ancora: “Se avessimo avuto la bacinella di ottone ben rotonda e ben chiusa avremmo fissato il Mercurio con la Luna”; così che non ce n’era uno che non avesse fatto qualcosa di buono, e che non avesse scuse da tirare fuori. Io comunque non mi sono mai lasciato andare a fare prestiti di soldi sapendo già e conoscendo molto bene le grandi spese che io avevo fatto in precedenza a credito e facendo affidamento sugli altri». Fortunatamente per lui, Zachaire lasciò questa cattiva compagnia e sprofondandosi nella lettura degli antichi alchimisti delle scuole greche e arabe, riuscì a convertire il mercurio in oro, a Tolosa, il giorno di Paqua dell’anno 1550.

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