materiali 11. Metalli viventi

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Minerali e metalli erano pensati come organismi viventi. Si parlava della loro gestazione, nascita e crescita, e persino della loro unione: gli alchimisti greco-orientali hanno fatto proprie e valorizzato queste credenze arcaiche. Alla combinazione alchemica dello zolfo e del mercurio si fa riferimento quasi ovunque in termini di “matrimonio”. Ma questa unione è anche un’unione mistica fra due princìpi cosmologici.

È qui la novità della concezione alchemica: la vita della Materia non è più espressa in termini di ierofanie “vitali”, come per l’uomo arcaico, ma acquista una dimensione “spirituale”; in altri termini, assumendo il significato iniziatico del dramma e della sofferenza, la Materia assume anche il destino dello Spirito. Le “prove iniziatiche” che, sul piano dello Spirito, conducono alla libertà, all’illuminazione e all’immortalità, conducono, sul piano della Materia, alla trasmutazione, alla Pietra Filosofale.

La Turba Philosophorum di J. Ruska esprime in maniera chiara il significato spirituale della “tortura” dei metalli: «in quanto sia stato sottoposto a tortura, un metallo, se viene immerso in un corpo, rende la sua natura inalterabile e indelebile». La “tortura” porta sempre la “morte”: mortificatio, putrefactio, nigredo. Nessuna speranza di “risuscitare” a un modo d’essere trascendentale (nessuna speranza, quindi di pervenire alla trasmutazione), senza una “morte” preliminare. Il simbolismo alchemico della tortura e della morte è talvolta equivoco: l’operazione può riferirsi contemporaneamente all’uomo e a una sostanza minerale.

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Il laboratorio dei veri alchimisti era molto semplice. Si indicano ancora a Praga le modeste case in cui abitavano gli alchimisti chiamati nel XVI secolo dall’imperatore Massimiliano II che sperava di sanare grazeie alla loro opera le sue finanze dissestate, e tra i quali si trovavano il famoso John Dee e il suo collega Edward Kelly. Essi si erano raccolti nella via degli Alchimisti, o via dell’Oro, Zlata ulicka, come viene chiamata ancora oggi, in cui si trovano piccole case nelle quali non potevano esserci che piccolissimi laboratori.

La loro semplicità è messa in evidenza da due figure tratte dal Theatrum Chemicum Britannicum: nella prima, l’alchimista ha davanti a sé gli elementi della Grande Opera. «Componi la Pietra senza ripugnanza!» avverte un’iscrizione sulla sua testa. Un aiutante «separa la terra dal fuoco e il sottile dal pesante»; un secondo mette il composto nel vaso adatto e ne osserva i colori. Nella seconda, i grandi alchimisti Geber, Arnauld de Villeneuve, Rhasis ed Ermete stesso nelle vesti di re incoronato dettano le grandi leggi della trasmutazione: «Macina, macina, senza stancarti», dice il primo; «che si impregni quanto può», dice il secondo, «fino a dodici volte». Il terzo ordina: «Quante volte il corpo s’impregna, tante volte deve essere essiccato». Infine, Ermete, con la sua voce di Maestro: Brucia e cuoci questo bronzo bianco, fino a che germogli esso stesso».

hklabbigEcco infine il laboratorio ideale, quello di Heinrich Khunrath, autore dell’Amphiteatrum Eternae Sapientiae, Hanau 1609: con un ingegnoso gioco di parole egli lo chiama Lab Oratorium, volendo esprimere, come già altri alchimisti ci hanno insegnato, che la pietra è una benedizione che si ottiene solamente dallo stesso Iddio e che gli sforzi dell’adepto non saranno coronati da successo se non prega il Creatore di tutte le cose perché presti il suo aiuto all’opera, che è una minuscola imitazione della creazione. Per questo Khunrath si è rappresentato egli stesso, a sinistra, in atto di pregare Dio davanti a una tenda, come gli ebrei nel deserto: l’incenso fuma, e il sigillo di Salomone risplende sulla tavola. A destra di questa sontuosa galleria che sarebbe oggi la sala delle riunioni in qualche Rathaus d’una antica città tedesca, si vede il laboratorio, munito degli apparati d’alchimia, con in primo piano un curiosissimo modello di vaso filosofico.

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