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Dicono che ogni scelta porti con sé – inevitabilmente – una perdita. E dalla necessità della scelta discende l’obbligo di accettare questa perdita. Così, quando si è scelto di perseguire l’economia di mercato si è dovuta accettare la perdita dell’eguaglianza. Che resta un principio generale, stabilito nelle grandi Carte costituzionali, ma viene persa di vista nei suoi effetti contingenti, nei suoi obiettivi fattuali, che mutano con l’evoluzione storica della politica e di tutto il resto (economia, cultura, ecc). A ben vedere, l’obiettivo dell’eguaglianza è quasi sparito dai programmi politici e dalle discussioni pubbliche, sopravanzato dall’affermarsi del concetto di libertà (che nelle vecchie tradizioni faceva il paio con quello di eguaglianza).
Nell’ottica liberista, l’unica idea di eguaglianza che viene professata è quella delle opportunità: che tutti abbiano le stesse opportunità di accedere alle occasioni di affermazione, avanzamento e miglioramento sociale e lavorativo: cosa che in questo Paese di corporazioni, dove i gruppi d’interesse la fanno da padrone, suona beffarda. Qui, come sappiamo, sono soprattutto i figli-di a fare le carriere che contano, quelle della vera classe dirigente; poi vengono i parenti-di, gli amici-di, ecc.
Uguaglianza nelle opportunità, dunque. Qualsiasi altro tipo di uguaglianza, dal punto di vista politico-programmatico, puzza di ideologie vecchie e superate, quando non pericolose e maledette. Ma l’eguaglianza fra gli uomini non è comunque raggiungibile, quanto meno perché ogni essere umano è diverso, unico e irripetibile, è un’impronta soggettiva nel mondo che non può essere riprodotta alla perfezione. E poi ci sono idee troppo diverse su cosa sia equo e cosa no: il concetto di equità, per così dire, è troppo variegato.

 

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