diseguaglianze

diseguaglianze

A complicare le cose è arrivata la crisi, quella scoppiata nel 2008, dove gli Stati europei hanno reagito con potenti politiche di austerità che hanno depresso l’economia, peggiorato la qualità delle finanze pubbliche e accresciuto le diseguaglianze. Il welfare non è più sostenibile, per via dell’aumentata longevità e dei troppi debiti: basta con le buone pensioni, una volta usciti dal lavoro si sarà più poveri, punto e basta.
Ma la crisi del 2008, partita dagli Usa, è stata generata proprio dall’intervento della “deregolamentazione” finanziaria sulle diseguaglianze della società americana: per permettere gli acquisti anche alle classi più povere (e attenuare le differenze legate all’avere e non avere: cfr. il titolo di un noto romanzo di Hemingway) si è creato il grande apparato dei mutui subprime e del facile credito al consumo, che ha finito per produrre una catastrofe, con fallimenti bancari a catena, disoccupazione, caduta del reddito e allargamento – appunto – delle diseguaglianze.
Non c’è da fare: se l’individuo è un atomo nel complesso globale, se la responsabilità è individuale, se il forte vince sul debole, se la sfera dell’eguaglianza diventa attinente sempre più alla filosofia e sempre meno all’economia reale e alla società, allora è inutile continuare a rompercisi la testa. Resta un’utopia e basta.
Poi, ragionando un tanto al metro, si può dire che con la globalizzazione si sono praticamente messi in concorrenza un miliardo di lavoratori dell’Occidente garantito (dal welfare e dalla sindacalizzazione) con due miliardi di lavoratori in altre parti del mondo che percepiscono un salario da dieci a venti volte inferiore. Chi potrà mai vincere?

 

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