La vita insolente

105146399_3623822_showThumb_25

Gli uomini arroganti – qui le differenze di genere non contano, ormai tutti e tutte in lizza – si studiano per bene. Se uno dei due accenna a un sorriso, segnala all’altro non che è remissivo. Piuttosto, che si può iniziare il duello. E così, in moltitudine sterminata, si passa tutta una vita. Anche in vecchiaia i ricordi degli uomini arroganti vanno alle battaglie vinte (rimuovono quelle pese), agli sgambetti riusciti, alla decimazione di tutti gli ingenui. Dei timidi pur pusillanimi e servili (traditori della nobile e orgogliosa categoria) che come birilli – in verità troppo facile gioco – hanno visto e fatto cadere, dinanzi al loro sgomitare e prendere in un tiro al piattello la mira. Nemmeno si accorge l’arrogante delle evoluzioni dell’amante che con altro gioco (apposta fuori moda) tenta di disegnargli un profilo più amabile. Lo scarabocchio degli amanti maturi gli sembrerebbe uno sgorbio.
Prendono pillole se l’insonnia li assale, se l’impotenza si annuncia, gli arroganti e tutti i loro sinonimi: i prepotenti, gli sfrontati, i boriosi, gli insolenti, i tracotanti… non aprono libri, se non utili a far soldi, o a dimenticare lo stress. Non vanno mai a zonzo, non sprecano il tempo dei perdigiorno che a passi lenti si perdono apposta nei boschi. Se camminano, fanno jogging ascoltando le notizie di borsa di prima mattina.
Non sono ahimé una specie in via d’estinzione.
Non avranno mai riserve indiane. Tutte le praterie sono loro concesse.
Dilagano i loro modi, subiscono mutazioni fin sessuali, sono modello pedagogico acclamato e vincente. Fin dall’asilo, vero laboratorio (anzi vivaio) già degli arroganti prossimi venturi, i troppo piangenti, intimiditi dalla piccola folla di coetanei in allenamento competitivo, non vogliono saperne di far girotondo con loro. Qualche vittima ricorda: “Il mio dito indice chiuso tra le porte in alluminio dei gabinetti, i riposi pomeridiani in file di brandine a molle, un bambino che mi atterra e mi calca il petto con la pianta del piede”.
(…)
I non adatti alla vita insolente, subito riconosciuti, vengono segnalati ai genitori pure piangenti. Per opposti motivi, ai quali il numero telefonico di una “brava” psicologa viene subito clandestinamente passato.
Alla vita schiva, in cui il dubbio, la cautela, la prudenza ad asserire alcunché è di casa, si oppone la vita coriacea.
Protetta da strati di corazza, dal pelo sullo stomaco e altrove in rigogliosa crescita, fibrosa e lignea all’interno, capace di flettersi un istante per ottenere vantaggi da altri arroganti. Dicono che gli schivi e le solitudini siano malattia endemica dell’età presente, quando invece occorrerebbe volgersi a stimare l’arroganza l’epidemia montante.

Duccio Demetrio, La vita schiva. Il sentimento e le virtù della timidezza, Raffaello Cortina, Milano 2007, pp. 173-175.