Improvvisazione e composizione

Milan-Kundera

Quella libertà che tanto ci affascina in Rabelais, Cervantes, Diderot e Sterne è connessa con l’improvvisazione. Soltanto nella prima metà dell’Ottocento la composizione articolata e rigorosa diventa un obbligo imprescindibile. La forma del romanzo così come nasce allora, con l’azione concentrata in uno spazio temporale estremamente ridotto, su un crocevia nel quale si intersecano molte storie di molti personaggi, richiedeva uno schema delle azioni minuziosamente calcolato: prima di cominciare a scrivere, il romanziere rifaceva più volte lo schema del romanzo, calcolandolo e ricalcolandolo, disegnando e ridisegnando ogni cosa come non era mai accaduto prima. Basta sfogliare gli appunti di Dostoevskij per I demoni: nei sette taccuini, che nell’edizione della Pléiade occupano quattrocento pagine (il romanzo ne occupa settecentocinquanta), i temi sono in cerca di personaggi, i personaggi in cerca di temi, e i personaggi stessi si disputano a lungo il ruolo di protagonista; Stavrogin dovrebbe essere sposato, ma «con chi?» si domanda Dostoevskij e tenta di farlo sposare con tre donne diverse; ecc. (Il paradosso è solo apparente: quanto meglio è calibrata questa macchina narrativa, tanto più veri e naturali risultano i personaggi. Il pregiudizio secondo il quale la tecnica di costruzione sarebbe un elemento «non artistico» e mutilerebbe la «vitalità» dei personaggi rivela solo il sentimentalismo ingenuo di chi dell’arte non ha mai capito nulla).
Il romanziere del nostro secolo, che rimpiange l’arte degli antichi maestri del romanzo, non può riannodare il filo là dove è stato tagliato; non può saltare a piè pari l’immane esperienza dell’Ottocento; se vuole ritrovare la spregiudicata libertà di un Rabelais o di uno Sterne deve conciliarla con le esigenze della composizione.

Milan Kundera, I testamenti traditi (traduzione di Maia Daverio), Adelphi, Milano 1994, pp. 26-27

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