decennio

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Dieci anni: è la misura di tempo che ho sotto gli occhi in questi momenti. Dieci anni fa scattò qualcosa, una specie di meccanismo fatale, incubato nel precedente decennio – successivo alla crudele morte di mio padre – che mi fece apparire un orizzonte in cui la felicità era possibile. E da allora – dieci anni fa – ho navigato instancabile, con lo sguardo fisso alla linea mobile di quella possibile felicità, che a tratti ho sentita vicina tanto da poterla sfiorare. Dopo aver corso per questi mari, facendo di tutto, violentando l’anima e insudiciandomi col mesto pragmatismo di una quotidianità nemica, con l’occhio interiore sempre fisso alla meta, credo d’avere raggiunto il termine di quell’orizzonte che mi guidava. Ma la felicità che vagheggiavo sta rivelando una natura diversa da come me l’ero configurata: gli stati d’animo nel tenere in mano questa sostanza indescrivibile li sento estranei, non conformi. Come se la promessa non fosse stata mantenuta. Dev’essere la questione esistenziale non ancora risolta, mi dico: qualcosa che ha a che fare con un’interiorità che, anziché addestrarsi negli anni con le giuste tecniche e i bravi maestri, si è barcamenata nel sordido esercizio della quotidianità. Questa sostanza continuo a tenerla fra le mani, ma non ho imparato a farla mia.

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