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«L’unico pensiero che mi dia pace, è il taglio della mia gamba. Mi diletta immaginarlo in modi sempre diversi, e più l’immagine è precisa, più riesce a placarmi. Le prime volte mi arrestavo sempre sulla visione di un’ascia, limitandomi a variarne la forma e la condizione: piccole accette lucenti, pesanti scuri punteggiate di ruggine, smisurate bipenni, mannaie da norcino, manovrate da mani invisibili, calavano sulla mia coscia spiccando la gamba con precisione chirurgica: la pulizia del taglio, l’assenza di sangue, lo spettacolo astratto della sezione della mia coscia assimilavano l’operazione all’affettamento di un prosciutto. Allora sono passato alla sega, che agendo più gradualmente dell’ascia mi consentiva di indugiare più a lungo sulla mia fantasia e di creare effetti più truci. Azionata da uomini che restavano fuori del mio campo visivo, la sega mi procurava sensazioni e soddisfazioni differenti mano a mano che dalla pelle passava alla carne e dalla carne giù all’osso, e intanto ne avvertivo cambiare anche il suono, come di bestia viva che ringhii: le grosse lame a telaio maciullavano tutto sfrangiando i bordi del taglio e spargendo schegge d’osso e fibre all’intorno, i sottili gattucci erano più precisi ma rischiavano di spezzarsi ad ogni momento, flettendosi per lo sforzo i saracchi aprivano falsi tagli che avrebbero frastagliato il moncone. Ma purché la gangrena si allontani da me, ogni orrore mi è bello. Talvolta la elimino con un cavo ritorto: giratolo attorno alla coscia ne affido i capi a un martinetto, e stringo, stringo, stringo: la gamba diventa viola e si gonfia, poi si crepa come un popone lasciato a semenza, mentre le pustole spurgano sanie come fontanelle: finalmente, tranciati d’un colpo i tessuti, il cavo si stringe intorno all’osso, lo intacca stridendo, ne sfarina la sostanza porosa, lo fende: l’opera di un lapicida. Ma è bello anche il fuoco: preparo un caldano, aspetto che ci sia tanta brace, una montagna di brace, e poi ci infilo la gamba malata, e con la paletta altra brace di sopra: oh come sfrigola! oh come brucia! oh come se ne dileguano i succhi e il veleno! Quando l’arto è ben calcinato e consunto lo estraggo e ne contemplo l’essenziale magrezza, le sfumature grigiastre, è quasi vetrificato, perderlo adesso che è così puro sembra un peccato ma l’opera va terminata, basta un colpetto, ecco, e si stacca tutto, leggero come un fanone. Da qualche giorno, però mi sono affezionato a un’immagine diversa: solo su una zattera di fortuna, in un mare calmissimo e nero, immergo la gamba nell’acqua, dove il siero che cola dalle mie ulcere crea iridescenti arabeschi: incuriositi, minuscoli pesciolini mordicchiano lembi di pelle necrotizzata, poi, improvvisamente, fuggono tutti insieme: l’attimo dopo, salito dall’abisso a fauci spalancate, un enorme pesce di foggia mai vista inghiotte il mio arto. La rescissione è indolore, ma questa volta, non so perché, c’è in me nostalgia.»

Michele Mari, La stiva e l’abisso, Bompiani 1992, Einaudi 2002

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