MASSIMILIANO PARENTE THE GREAT

9788845260407g

Questo sì che è parlare.

Mi hanno rotto i coglioni gli intellettuali, i giornalisti, gli editor, che leggono un’opera col metro in tasca per sentenziare quanto dovrebbe essere lunga o corta secondo loro […]. Uno scrittore vero non è intransigente perché cagacazzi, ma perché la scrittura è già una lotta nell’ingovernabilità delle proprie ossessioni, inescamotabili perché solo approfondibili, buchi neri unici nell’universo in cui gettarsi per trovare il fondo, il proprio fondo ma anche quello della letteratura che, sprofondamento dopo sprofondamento, si fa. […] Certo poi è triste trovarsi una faccetta di cazzo di editor, formatosi su un qualche manuale di merchandising più che su Bachtin o Barthes o Leopardi, lì a dirti che la storia deve essere così e così, è davvero troppo. Io non accetto si tolga neppure una parola da un mio libro, perché se l’avessi accettato ne avrei fatto a meno da solo in anticipo, e se non l’ho fatto non è certo per trovarmi a discutere con una figura industriale che, nella storia, è funzionale solo al presente. Un editor deve essermi grato per ogni riga in più che scrivo, non offendendo me e se stesso correggendomi. Un editor ha senso soltanto se corregge un narratore, perché quello è un mestiere, sì, confezionare un prodotto per compratori di prodotti, ovetti in serie per mangiatori industriali di uova, vale a dire di una storiella, sempre la stessa. È più facile che uno scrittore passi nella cruna di un editor che un editor vada in paradiso, ossia che passi alla storia se non per aver rifiutato o deturpato capolavori. Un editore può riscattarsi, certo, pubblicando uno scrittore ogni mille narratori; ecco perché in quest’economia così drastica tra il tutto e il niente non risulta ammissibile che quando pubblica quell’uno su mille presuma anche di potergli impartire un editor per dargli consigli […]. Va da sé non il pensiero sull’ali dorate, ripensandoci, che per i narratorini tessitori di storielle nessuna pagina sarà irrinunciabile, non cestinabile dall’editor, il quale è visto da costoro come un’autorità assoluta, e in effetti lo è, poche storie, anzi pochi cazzi, lui è la storia. Non sentiranno mai, costoro, i quali ragionano per plot, che la differenza tra uno scrittore e un editor è che il primo scrive per restare e il secondo lavora per vivere […]. Lo scrittore, se è uno scrittore, è più autorevole di qualsiasi editor e di qualsiasi critico e di qualsiasi docente universitario, i quali, ormai in quanto circolo vizioso dell’esegesi sociologica, non essendo scrittori possono disporre soltanto di un’autorevolezza di rimando, di seconda mano, nel senso che, se riescono a immaginare qualcosa dell’alchimia esteticopornografica di ogni vera opera, non possono contemporaneamente masturbarsene a ragion veduta, e di conseguenza, appaltando l’immaginario a una narrazione più o meno di moda e sociologica, subaffittano la mano a uno scrittore mancato e preposto a sfornare la storiella del momento, che dopo tre mesi è già scaduta. Mentre chi non sa scrivere può benissimo leggere, chi non sa leggere non può scrivere, chi non comprende cosa significa nell’economia dell’universo farsi una sega non può fare una sega, e neppure farsela. […] I narratori, non avendo un’opera, si consolano dell’inesistenza di Dio ringraziando la natura per l’esistenza degli editor, segno che almeno Babbo Natale c’è ancora e non chiede poi molto per piazzare sotto l’albero e nel culo dei non lettori (quelli che amano leggere) la vostra storiella rilegata. Essi, essendo più delle capre da latte che dei capri espiatori della società di massa […], ignorano qualsiasi grandezza della dissipazione direttamente proporzionale allo sperma versato per fare a meno di se stessi e spingersi altrove, dove non c’è nulla, soltanto la nevrosi estrema di non essere un altro, di essere condannati a essere scrittori oppure niente ma fino in fondo e perfino contro se stessi. Non un altro scrittore, ma un altro qualsiasi, uno che non scrive né legge, ma un uomo, cazzo.

Massimiliano Parente, Contronatura, Bompiani 2008, pp. 250-256 e 381

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