ERRORI DAI BLOG (*)

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Dieci giorni fa commentai in merito al post www.scrivo.me/2014/01/09/bookblogger, dove definivo alcune iperboli e inesattezze che secondo me denotano una convenzionalità espressiva un po’ sbrigativa e poco focalizzata. In particolare, definivo il passo:

La recensione del critico letterario, quel pezzo di carta ingiallita già nella prima settimana è quello per cui ogni autore ucciderebbe tutto il suo parentado e anche quello di molti altri.

come iperbole scontata e abusata, e non rispondente al vero. Siccome da più parti sono state chieste precisazioni sulla sostanza del commento, chiarisco che — a nostro avviso — è vero che un autore letterario o pseudo-tale potrebbe esser disposto a fare cose disdicevoli per ottenere una recensione sulla carta stampata; anche cose contro la legge, nei casi acuti, e — teoricamente — anche delitti come l’omicidio, nei casi estremi. Uccidere il proprio parentado è un atto che ricorre nelle cronache: per cui anche la bramosia per la recensione che un critico promette, a patto che si uccidano i propri parenti, potrebbe rientrare nella casistica. Quello che si criticava, dunque non era l’uso dell’iperbole in generale, ma l’eccesso nella sua costruzione. Infatti, se può capitare che qualcuno decida di sterminare il proprio parentado, per i motivi più diversi, è l’aggiunta di “e anche quello di molti altri” che rovina l’effetto, rendendo l’espressione inefficace, se non controproducente. Uccidere i propri parenti, se c’è il movente, è operazione che può essere organizzata; ma andare a uccidere il parentado “di molti altri” diventa impresa ardua e, soprattutto, difficilmente motivata. I propri parenti sono ben conosciuti: di solito sono note le loro ubicazioni e le loro abitudini, i loro possessi e le loro relazioni e correlazioni; gli strumenti per organizzane l’omicidio possono dunque esserci. Invece, cercare i parenti di altre persone per organizzarne la soppressione comporterebbe un lavoro molto più complesso e impegnativo, che il movente di “ottenere la recensione di un critico” sarebbe insufficiente a reggere. A meno che il critico che chiedesse questo, per concedere una recensione, offra tutti i dati e gli strumenti necessari per eseguire le uccisioni — che, con tutta probabilità, riguarderebbero i propri parenti, e quindi si tratterebbe in sostanza di un omicidio su commissione. Dunque, l’iperbole “per cui ogni autore ucciderebbe tutto il suo parentado” potrebbe anche reggere (a patto che il proprio parentado non sia troppo  numeroso); è l’aggiunta “e anche quello di molti altri” che non regge. Dell’articolo in questione s’è parlato da Gaia Conventi, con un interessante commentario: gaialodovica.wordpress.com/2014/01/17/dissento-un-blogger-puo-anche-parlar-male-di-un-libro

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