Orso bianco

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Anche nella morte può esserci poesia.
L’ho visto in un documentario sulla vita nel Mare Artico, dove un orso bianco è stato costretto a nuotare per giorni, a causa dello scioglimento della piattaforma di ghiaccio su cui si trovava, e alla fine, esausto, è approdato su una riva dove riposava un branco di trichechi. La prima cosa che doveva fare era mangiare, altrimenti le forze l’avrebbero abbandonato. Ha adocchiato alcuni cuccioli e ha tentato di prenderne uno, ma i trichechi si son stretti intorno e l’hanno respinto, così l’orso ha dovuto spendere le ultime energie lottando con loro, mentre uno riusciva a colpirlo con le zanne in una zampa. Dopo tanti sforzi non è riuscito a prender nulla, s’è trovato ferito e sfinito, e non ha potuto altro che allontanarsi zoppicando. Poi s’è accasciato sul ghiaccio, a poca distanza dal branco. Il mattino dopo era morto: la possente sagoma immobile, coi trichechi sullo sfondo a guardarlo indifferenti, occupati nella loro pigra socialità.

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