Studi sul romanzo rosa: Moccia e Volo (2)

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In quest’ambito il romanzo non spinge il lettore a capire, ma a «rilassarsi», a «stare bene» – o almeno a darsi un tono; la cultura stessa, quando se ne parla direttamente, rappresenta meno uno strumento di conoscenza e di accertamento che un ‘oggetto’ utile soprattutto ad arredare la coscienza di chi legge, o a sedurre:

A volte, mentre passeggio, mi viene voglia di andare in una libreria. Entrare e trascorrere del tempo, prendendo ogni tanto un libro in mano, mi rilassa. Mi fa stare bene. Mi fa sentire sempre un po’ più intelligente e interessante di come sono realmente. Se poi incrocio lo sguardo di una donna, solitamente le faccio un sorriso delicato e educato. Mi sento un uomo affascinante in una libreria. (Volo 2007: 62)

Così facendo, la paraletteratura si sottrae a quel compito di smascheramento dei meccanismi inautentici del desiderio che il novel ha esercitato e tendenzialmente continua a esercitare, nel ghetto dorato di quella che chiameremo, per capirci, letteratura ‘in senso forte’; si direbbe piuttosto che insegua il cinema di genere, e in parte la fotografia, nella ricerca di un’immagine del desiderio antirealistica, patinata e senza spessori. Un’immagine da consumare, da possedere – non da conoscere.
Il contributo della letteratura triviale risulta dunque specifico, e andrà analizzato iuxta propria principia, e integrato alla fisionomia generale del campo letterario. Se quel che si intende costruire, attraverso lo studio della letteratura, è un abbozzo di storiografia del presente, le scritture di consumo devono restare all’interno dell’ambito d’indagine, anche al prezzo di modificarne il perimetro: è questa la terza delle correzioni che occorre applicare ai nostri postulati di partenza. Tanto più che la paraletteratura tende a essere, molto più della letteratura ‘in senso forte’, espressione diretta del desiderio; perché più prossima alla materializzazione e alla realizzazione del fantasma, e perché in collegamento meno mediato con l’inconscio stesso.
Senza rinunciare alla possibilità di fornire uno schema generale ma unitario, il nostro discorso non potrà quindi fare a meno di distinguere tra una narrativa esplicitamente di consumo, declinata nei sottogeneri a volte mescolati del rosa e dell’erotico, e una che si vuole ‘forte’, e in alcuni casi specificamente sperimentale. In mezzo, una narrativa sospesa tra ricerca di riscontro mercantile e aspirazione alla vidimazione culturale – presenza forte negli scaffali delle nostre librerie. Una letteratura che definirei di «nobile intrattenimento» – come ho sentito dire, durante una conversazione privata, dal funzionario di un’importante casa editrice italiana, persona intelligente e abile scrittore in proprio.

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

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