IraqOil

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Il fatto è che il petrolio dell’Iraq divenne più appetibile per il previsto calo delle risorse della Penisola Arabica: così l’invasione americana nel 2003 fu ancora più motivata, con la prospettiva di giacimenti vergini che avrebbero garantito gli approvvigionamenti futuri. In più, si sa che la commercializzazione del petrolio mediorientale riesce a dare buoni profitti anche quando il prezzo scende, come oggi che si aggira intorno ai 50 dollari al barile; mentre lo sfruttamento dei giacimenti di frontiera – nelle profondità del mare e nell’Artico – e del petrolio non convenzionale – lo shale o tight oil minerale – è molto più costoso e richiede un prezzo sopra i 100 dollari al barile per poter essere economico. Così il petrolio iracheno e quello curdo sono un ottimo affare, visti i bassi costi d’estrazione e i favorevoli canali d’esportazione: possono essere la nuova via di rifornimento per l’Europa – via Turchia – dopo la nota crisi nelle relazioni energetiche con la Russia (la Germania ha sempre comprato molto petrolio russo).

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