Studi sul romanzo rosa: Volo e la personalità schizoide

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Non certo la Bildung dei personaggi romanzeschi classici, lenta e legata ai progressi di una psicologia che si sente e si vuole unitaria; semmai una trasformazione istantanea e ingiustificata, a rischio continuo di reversibilità, legata a una personalità vagamente schizoide; una psicologia in continua espansione, sulla quale è preferibile non farsi domande:

«Non ho mai fatto una cosa così per una donna, e non so nemmeno perché l’ho fatto adesso.»
«Beh è un buon segno, no? O preferivi essere ancora una volta la stessa persona?» (Ibid.: 130)

Il cambiamento è così repentino da non dare il tempo di classificare la contraddizione, organizzarla, ed eventualmente superarla; l’importante non è capire, ma vivere. E quando i personaggi riflettono sulla loro esperienza è solo per concludere che è meglio non riflettere troppo; le esperienze valgono per la loro capacità di svilupparsi in orizzontale (cioè in ricchezza e varietà di soluzioni), non in verticale (cioè in profondità e in durata). A essere rimosso a favore di una presentificazione onnipotente è soprattutto il passare del Tempo, inteso come costruzione e usura:

Ciò che stavamo vivendo non era come quando si è innamorati, era una cosa nuova. Forse non migliore, ma sicuramente diversa. […] Non stavamo costruendo un rapporto, lo stavamo semplicemente vivendo. (Ibid.: 236)

Il narcisismo dei personaggi è pervasivo e simmetrico; l’amore, la proiezione di un fantasma su uno specchio (o una «sega mentale», Ibid.: 128), un gioco tra estranei che del resto non vogliono tanto conoscersi quanto riconoscersi – specchiati – negli occhi dell’altro:

Quella mattina ho visto il suo sguardo riflesso dal finestrino. Mi guardava. Ci siamo incontrati lì, su quel vetro che, in trasparenza, riusciva a catturare le nostre immagini. E lì, nell’incontro dei nostri visi specchiati, ho scoperto che è molto più intimo uno sguardo incrociato che uno diretto. (Ibid.: 21) Vorrei evaporare in mille bollicine e ricompormi sul vetro dietro di te, dove l’altro giorno ho visto la tua immagine e la mia riflesse. Vorrei essere la stessa immagine di me che l’altro giorno non ho riconosciuto. (Ibid.: 127)

Tu sei la donna con cui mi sono sentito più bello e ciò che ho visto di me stando con te sarà eterno. (Ibid.: 216)

Gianluigi Simonetti, “Come e cosa desidera la narrativa italiana degli anni Zero”, Between, III.5 (2013)

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