il manifesto, agosto 2011 (2)

url Da il manifesto, 19 agosto 2011

Un lavoro da samurai

di Antonio Franchini
direttore editoriale della narrativa Mondadori

Pochi lavori intellettuali sono così vari e richiedono competenze così dissimili e addirittura contrastanti come i mestieri dell’editoria. È l’unico ambito in cui alle persone che fanno marketing si chiede di leggere libri fino al punto da farsene coinvolgere nel profondo dell’anima e agli editor di affinare la propria sensibilità al mercato fino al punto da non fidarsi più del proprio gusto. Anche se – ed ecco il primo paradosso di questo mondo variegato e impuro – non è mai così fino in fondo, perché mortificarsi, tradirsi, farsi cinici è il modo migliore per fallire.
Gli editori che non credono in un sogno non durano.
Una simile somma di competenze eterogenee in vista di un fine ambiguo, sempre sospeso tra il culturale e il mercantile, tra l’ideale e l’utilitaristico, a qualcuno potrà sembrare una macchinazione subdola, un insieme di tecniche elaborate per abolire le complessità, smussare le punte più acuminate dello stile, spianare il senso estetico dei lettori. E difatti, da qualche anno a questa parte, si è andata sviluppando una sorta di critica dell’editoria che, limitandosi a volte all’obiettivo di inquadrare le strategie degli editori, altre volte si sostituisce alla critica letteraria tout court, tanto che capita di leggere critiche agli scrittori che in realtà sono prima di tutto critiche agli editori che li hanno pubblicati.
Molti editor, da parte loro, hanno spesso una sorta di atteggiamento di superiorità nei confronti del resto del mondo che ruota attorno ai libri, come se il loro essere al centro del sistema, il fatto di avere assistito alla nascita delle opere e al successo di qualche iniziativa più memorabile conferisse loro una innegabile superiorità. Per qualche tempo anch’io l’ho sospettato, se non proprio creduto, ma, come molte presunzioni, anche questa è ingiustificata. Gli editor non sono più smart degli altri e chi ha «lanciato» un’opera non ne sa di più rispetto a coloro che quell’opera la studieranno, anche se potrebbe rivelarne aspetti che nessuna analisi esterna sarà in grado di cogliere. E comunque è vero che, passato qualche anno, quei dettagli si confondono, la memoria quando non scompare si altera, ogni testimone diventa inattendibile. Quando ho sentito me stesso e due miei colleghi dare tre versioni diverse del lancio di una collana avvenuta non trenta, ma dieci anni fa, mi sono dovuto rendere conto che la superiorità conferita da un certo sapere, se c’è, dura poco.
Alla fine, se, come nella parabola buddhista dei ciechi, la letteratura fosse un elefante, è vero che ciascuno la interpreta a partire da quel pezzo che tocca: le zampe, la proboscide, la coda. E noi, come i critici, gli storici, i linguisti, raramente vediamo al di là della prospettiva che il nostro ruolo ci assegna.
La labilità della memoria introduce un altro elemento importante: il peso immenso del fattore umano. Sarebbe confortante pensare che gli strumenti di analisi del mercato si affinano al punto da ridurre gli errori e ottimizzare gli sforzi, e in parte questo è anche successo e ancora di più succederà, eppure ogni volta che consulto qualche opera storica sull’editoria del passato capita sempre che resto là stupito e mi dico ma guarda, questo l’avevano già fatto ottanta, sessanta, cinquanta anni fa!
Non che qualcuno la ritenesse una trovata originale, ma aver partecipato a una riunione per decidere con quale viaggio premiare il libraio che avrebbe allestito la miglior vetrina e leggere per caso, soltanto qualche giorno dopo, che Arnoldo Mondadori, negli anni Trenta, aveva organizzato una gita in battello sul lago di Como per motivare il libraio più abile nella stessa performance, qualche pensiero te lo fa venire.
Il peso del fattore umano è il limite intrinseco e il fascino profondo del mestiere dei libri. Io ci lavoro da quasi trent’anni e ancora non mi sono abituato, per esempio, a rifiutare un’opera a cuor leggero. È una cosa che devo fare e che mi costa. Non ci devo pensare, ma, quando ci penso, c’è sempre un attimo in cui mi sembra di scrivere un rifiuto a me stesso.
Sono passati trent’anni e ancora non riesco a prescindere dalla simpatia o dall’irritazione che alternativamente mi procurano certi modi di porsi e di proporsi. Non dovrebbe essere così, uno dovrebbe imparare a prescindere, ma non si impara mai fino in fondo.
La lettura, poi, non dovrebbe mai essere umorale, ma a volte apri un inedito nella disposizione di un assetato che aspetta la pioggia e altre volte ti senti come un otre gonfio a cui solo il pensiero di un liquido dà uno sbocco di nausea.
La definizione migliore di un lettore editoriale l’ho sentita esprimere una volta da un mio collega che disse è come essere un lettore molteplice. Leggi e ti dici però, come mi piacerebbe questo romanzo se fossi una donna di mezza età, uno studente universitario, uno che lavora in borsa. E in quel momento non sei una specie di irritante essere superiore che ora indossa una maschera e ora un’altra, sei veramente una donna, un ragazzo o un broker.
E poi: che cosa va e che cosa non va? Se tutti cercano il giovane esordiente ti devi augurare di imbatterti nel romanzo scritto da un anziano signore. Se funzionano le storie di famiglia, vuol dire che forse il mondo là fuori è pronto ad accogliere le prodezze di un eroe solitario. Se il pubblico ama storie con protagonisti tycoon e finanzieri, è ora di emozionarci davanti a un’epopea di straccioni e di andare a rivedere che cosa fanno nelle fabbriche gli operai.
Non molti anni fa, in un comitato editoriale, sentii dire – si parlava di Anne Rice, scrittrice americana specializzata in storie di vampiri – che, tanto, in Italia: «i vampiri non hanno mai venduto e mai venderanno». E l’osservazione mi sembrò assolutamente logica.
E invece le leggi bronzee sono tali fino a prova contraria, mentre bisognerebbe non essere mai dove uno si aspetta di trovarci, stare sempre altrove. Ma anche questa, come tutte le affermazioni del genere, suona come una sciocchezza nel momento in cui è formulata. Soltanto alle opere riuscite è consentito mandare messaggi, emanare radiazioni senza sembrare stupide. L’editoria, al suo più alto livello di complessità, è comunque un mestiere ancillare. Rispetto all’opera, l’editore è come un samurai di fronte al daimyo, il signore. Nel senso etimologico del termine samurai: colui che serve.

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