L'erba voglio (il manifesto, agosto 2011)

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Da il manifesto, 19 agosto 2011

Noi dispensatori di erba voglio

di Daniela Pagani
ufficio stampa Neri Pozza

C’è una temutissima domanda che riecheggia come una minaccia dai corridoi delle case editrici alle redazioni dei giornali, passando per librerie e concept-store. Un quesito cruciale al quale non solo un ufficio stampa o un editor, ma anche un giornalista delle pagine culturali non vorrebbe mai rispondere: «ma quanto influisce il tuo lavoro in termini di vendita sul prodotto-libro?». La domanda assume toni addirittura minacciosi quando a portela è un’amica durante una cena informale, come è accaduto qualche giorno fa. Lo sguardo bovino e la leggera increspatura del labbro superiore avrebbero dovuto essere due indizi sufficienti per farle capire che non avevo nessun piacere di approfondire una questione che costituisce, a mio avviso, quasi un ossimoro.

Identificandomi come una «tecnica della cultura» guardo – a volte a ragione – con sospetto alla possibilità di intrusione dell’economia nel «sacro recinto» della letteratura. Temo, e tremo, di fronte alla meccanica e invasiva applicazione di logiche nate in contesti estranei alla cultura, identificandole – a volte a ragione – come probabili portatrici di un totale stravolgimento del senso stesso del consumo culturale. Ma come sfuggire al desiderio di un’amica di scoprire, in che misura, le tue dieci ore lavorative giornaliere, le tue tante serate e i numerosi week-end immolati ad autori, fiere e festival letterari si traducono successivamente in vendite e acquisti di libri da parte dei lettori? Si dice che la miglior difesa sia l’attacco. È questa l’unica giustificazione plausibile alla mia reazione di fronte a quella – all’apparenza – innocente curiosità.

Ignorando quelle che sarebbero state le uniche risposte da dare, dalla più ovvia «non lo so», alla più evasiva «si tratta di valori numerici non quantificabili facilmente», alla più diplomatica «ogni libro è un caso a sé», alla più realistica «dipende da quanto una casa editrice decide di investire in un libro in termini di marketing e promozione», alla più mediatica «gli italiani sono, in percentuale, il popolo che legge meno al mondo», ho fatto un lungo respiro e, consapevole che la persona che avevo di fronte non sarà mai davvero interessata a capire quali farraginosi meccanismi si nascondono dietro al successo di un libro, ho cercato di illustrarle, in un lungo monologo a tratti ironico, a tratti rabbioso, a tratti sconsolato, a quali giochi di ruolo è costretto un ufficio stampa per promuovere un romanzo e uno scrittore.

Lasciando da parte le leggende poco metropolitane e molto terzomondiste secondo le quali il 50% dei giornalisti italiani non è in grado di parlare inglese, il che comporta la trasformazione in interprete, il buon successo di un libro prevede anche, nell’ordine: la mutazione in badante quando l’anziana scrittrice, da poco operata alla schiena, ti chiede cortesemente di accompagnarla a cercare un bagno senza turca; la trasformazione in falegname quando uno degli scrittori più importanti della casa editrice non riesce proprio a scrivere il suo saggio su un tavolino tondo e lo vorrebbe quadrato; o in addetta all’igiene alberghiera quando, come un mantra, la scrittrice abituata a vivere in uno dei luoghi del mondo dove Süskind non avrebbe mai ambientato il suo romanzo, ti ripete «this room stinks» e non importa che tu sia già andata a comprare un profumatore per ambiente, perché risolto questo problema, ce ne sarà un’altra che sentirà odore di cadavere in un albergo altrettanto stellato. E che fare quando il fine saggista ti saluta facendo discretamente scivolare la saggia mano sul sedere o l’algida romanziera decide di ubriacarsi al ristorante e molestare il malcapitato giornalista appositamente invitato? E come reagire di fronte al filosofo di fama mondiale che, a cena, ti ruba dal piatto le olive ascolane mentre ti parla di monachesimo o all’inquietante giallista giapponese che ti chiede di accompagnarlo nei dintorni di Mantova in un bar karaoke? La risposta verrebbe da sé.

Ma, mentre mi accingo a continuare l’elenco anedottico cercando un supporto morale dalla mia interlocutrice, lei con aria trasognata pronuncia la seguente frase: «certo che fai proprio un bel lavoro». E allora tutto mi diventa chiaro. Dietro al successo di un libro c’è solo questo: il fascino che una storia e il suo narratore esercitano sul lettore. Lasciamoglielo credere.

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