Scienza e pazienza (il manifesto, agosto 2011)

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Da il manifesto, 19 agosto 2011

Scienza e pazienza per confezionare idee

di Michele Luzzatto
editor per la saggistica della Bollati Boringhieri

L’uomo è un animale visivo. La mappa mentale che descrive meglio le nostre esperienze usa le immagini. Non siamo pipistrelli che si muovono in un mondo di echi sonori, né gimnoti che si orientano nelle acque limacciose dei fiumi analizzando le distorsioni del campo elettromagnetico che essi stessi hanno creato. Noi «vediamo» il mondo, anche quello concettuale, con gli occhi veri o con quelli della mente. Anche per questo probabilmente è così difficile valutare a prima vista un manoscritto quando lo si riceve. È ben diverso leggere un testo corrente, scritto in Word (magari da mani inesperte, senza margini né capoversi e con la punteggiatura squinternata) o leggere la pagina ordinata di un libro. Quante volte accade che ci ricordiamo di una certa bellissima frase letta in un libro anni fa, che sappiamo per certo trovarsi a metà pagina, sul bordo destro, verso la fine del volume? È la memoria visiva che ci guida e la buona impaginazione di un libro acquista in questo senso un valore ben più che estetico: è una componente importante del lavoro editoriale, che gioca un ruolo fondamentale anche nella comprensione del testo.

Valutare un manoscritto è difficile anche per come è fisicamente scritto e per il modo cangiante con cui ne prendiamo visione sullo schermo di un computer. Il lavoro dell’editor è quindi diverso nel caso si analizzino libri già pubblicati all’estero o si valuti il lavoro di un autore italiano, che propone di far «diventare un libro» il suo dattiloscritto, anche se è vero che sempre più di frequente negli ultimi anni si è obbligati a valutare proposals stranieri, dattiloscritti provvisori e disordinati che altri editor, altrove e col tempo, faranno «diventare libro» senza il nostro aiuto. Tutto considerato è abbastanza frustrante.

Certo è più divertente costruire un libro assieme al suo autore piuttosto che far tradurre un lavoro già bell’e fatto in America, ma capita relativamente di rado. Il fatto è che l’industria editoriale di lingua inglese – almeno per quanto riguarda la saggistica, quella scientifica in particolare – propone spesso prodotti eccellenti, ben scritti, con idee originali, editati in maniera impeccabile, in grado di intercettare un pubblico ampio. Non si tratta di egemonia culturale, che non saprei neppure bene come definire, ma di «mestiere», la capacità di mettere a frutto nel migliore dei modi un’idea e un autore, perché vendano un numero di copie sufficiente a lasciare qualcosa di duraturo e a ottenere un guadagno adeguato. (E il guadagno deve essere parte integrante del lavoro editoriale, altrimenti si parla di produzione scientifica, che è un’altra cosa).

Nel mio lavoro si spinge spesso perché venga tradotto un progetto nato in inglese, «limitando» il nostro intervento, oltre alla scelta del libro, alla buona resa della traduzione, alla sua corretta messa in pagina e al suo adeguamento al pubblico italiano. È già molto, e sui temi scientifici in particolare è raro riuscire a fare diversamente. In Italia la cultura scientifica è ancora di nicchia in libreria, molto distante da quella sorta di patrimonio culturale diffuso proprio del mondo di lingua inglese. E questa è un’arretratezza caratteristica del nostro paese, che ha una lunga storia.

Ma ci sono anche casi in cui ci si mette maggiormente in gioco e si può effettivamente contribuire a dare forma a un libro assieme all’autore, sempre stando attenti a non confondere i ruoli, perché si ha la fortuna di trovare l’argomento giusto e l’uomo giusto nel momento giusto.

A me è capitato ad esempio con Giulio Barsanti, storico della scienza fiorentino, al quale avevo chiesto insistentemente di scrivere un libro che ancora mancava, sull’idea di evoluzionismo a partire da una prospettiva storica. Quando alla fine ha capitolato e ha accettato di imbarcarsi nell’impresa mi ha spedito un lungo file fatto di brevi appunti slegati, accompagnato dal messaggio: «questa è la traccia del libro, così lavoro io». In quella forma il manoscritto tutto era meno che un libro, ma il materiale raccolto era molto bello e a partire da lì abbiamo discusso, costruendo un collage che mettesse in accordo gli interessi della casa editrice (pubblicare un libro nuovo, in grado di incontrare un pubblico che secondo me esisteva, in piena recrudescenza antidarwiniana) con quelli dell’autore (pubblicare un lavoro originale, scientificamente fondato, che esprimesse idee mai esposte prima). Il risultato è stato Una lunga pazienza cieca. Storia dell’evoluzionismo, che fin dalla copertina mostra il compromesso tra editor e autore: il titolo è suo, il sottotitolo mio; il titolo evoca una tesi, il sottotitolo espone un argomento di vendita.

Credo che siamo alla quarta ristampa. È il libro più venduto di Barsanti (che pure ne ha scritti altri eccellenti) e di certo è il testo di riferimento attualmente in libreria per chi voglia sapere come si è sviluppato storicamente il concetto di evoluzione biologica. Il merito del libro va esclusivamente all’autore, ma quel libro, fatto così – con quelle figure, quella bibliografia (dolorosamente ridotta), quella paginazione, e forse la sua stessa esistenza -, è frutto anche del mio lavoro di editor, che consiste in definitiva nel porsi come tramite tra l’autore e il mercato, per far sì che le buone idee raggiungano il loro pubblico.

 

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