Maestri

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Stanotte ho sognato che, girovagando in bicicletta per il mio paese, incrociavo a più riprese il mio maestro. Io ho usato molto la bicicletta, da ragazzo e da adulto, e anche il mio maestro la usava: aveva una Legnano snella col cambio, color giallo metallizzato. Così c’incrociavamo spesso per strada. Lui mi ha fatto scuola dalla terza alla quinta elementare, ed era un uomo già anziano, visto che era nato nel 1913 (due anni prima di mio padre, che come genitore era vecchiotto anche lui).
Va da sé che questo maestro era un uomo all’antica: nel suo caso, un nostalgico del Ventennio. Quindi aveva una concezione rigida della disciplina: usava le bacchettate, gli schiaffi, e poi non tollerava le inevitabili debolezze del bambino, la sua insufficienza. Si accaniva soprattutto su due miei compagni, che vivevano entrambi lungo la sua strada, uno addirittura di fronte a casa sua. Erano figli di operai, con madre casalinga e pochi soldi: forse il fatto che gli vivessero accanto era un’aggravante, lui che aveva una villa bifamiliare con giardino, costruita fra gli anni Cinquanta e Sessanta. Picchiava di più Andrea, quello che gli abitava di fronte: a volte gli mollava ceffoni caricati e ripetuti, e il bambino resisteva ai primi colpi, poi al terzo o al quarto liberava il pianto, che però si calmava quando tornava a posto. Non mi sembra che commettesse grandi trasgressioni, a volte la punizione gli arrivava solo per un compito fatto male o per una risposta non data.
Ricordo di averne presi anch’io, di tirate d’orecchie e scappellotti: ma non così tanti, e poi non così caricati. A volte mi colpiva di striscio, e quando capitava forse me li meritavo. Come quella volta che in ricreazione mi misi a correre per l’aula sollevando le gonne alle bambine: una, Elisabetta, la scoprii tutta, e ricordo ancora le sue mutande in canettato grigio. Quella volta il ceffone me lo diede, eccome, ma non mi fece male. Sembrava impostato anche quello per colpire di striscio, quasi come si fa nei film. Poi, chiamò subito mia madre. Sì, perché – mentre mio padre era il più importante dirigente del Comune – mia madre, maestra anche lei, insegnava nell’aula accanto: quindi bastava darle una voce e arrivava. Comunque, posso dire che il mio spirito trasgressivo era abbastanza contenuto; anzi, l’inclinazione all’obbedienza prevaleva, e a volte davo addirittura delle soddisfazioni.

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