#37

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Il percorso è ancora lungo. I momenti peggiori sono quando mi coglie un improvviso senso d’inutilità, inquivocabile, che arriva quasi a togliermi la cognizione di quel che sto facendo. Se cammino per strada, non trovo più il significato della mia direzione, e mi verrebbe da fermarmi e sedermi per terra, se non fossi condizionato a proseguire. A quel punto cammino senza più vedere le cose intorno, ma solo la pista davanti a me, che diventa traccia obbligata di un’esistenza senza senso. Allora mi domando perché sono io, perché sono in questo corpo mediocre e in questa mente tormentata, perché non sono un altro, non guardo attraverso altri occhi e non ho un’altra voce, perché ho la condanna di essere dentro me. Spesso mi sono vergognato di essere io, senza mai trovare argomenti per esserne fiero, tranne un periodo di grazia troppo breve in cui sembrava che il mondo mi aspettasse. Sempre a inseguire la bellezza, sempre stregato e sempre battuto dalla realtà. Eppure ho sempre lottato, solo ora mi faccio frenare dalla stanchezza, in fondo l’ho quasi sempre spuntata mentre altri si rompevano le ossa. Ma continuo a domandarmelo perché sono io, perché prigioniero di questa concrezione psicosomatica. In quei momenti, in cui perdo il senso, avrei bisogno di prendere una mano, di porre domande a chi mi possa guardare e tenere saldo, ma continuo a seguire la pista sentendomi perduto, con le lacrime che premono dietro gli occhiali da sole.

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