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Quando penso all’esperienza della malattia non posso fare a meno d’immaginare i tempi in cui aveva un carattere chiaro ed esemplare che la connotava esistenzialmente, facendone talvolta uno strumento di conoscenza. Oggi non so se sia così. Perché oggi l’esperienza della malattia sembra comportare un insieme collaterale di altre esperienze, di attese, paure, sofferenze, mutilazioni diverse, che rispecchiano l’enorme complessità contemporanea. Perché la sofferenza primaria spesso porta con sé le sofferenze secondarie causate dalle terapie, che si moltiplicano e si combinano e si sovrappongono, secondo i criteri e i metodi sperimentali della medicina. Per guarire si assumono farmaci spesso potenti, spesso devastanti, che lasciano segni non solo dentro, ma anche nel corpo, nel volto, nello sguardo che avrai per il resto della vita. Accade che certe terapie, oltre ai canonici guasti nell’organismo, agiscano anche sul sistema nervoso e sull’apparato percettivo, portando a non capire il mondo, a non capire il proprio esserci, e a conoscere dolori nuovi che non si sanno né spiegare né descrivere a chi sta vicino. La vita, così, diventa incomprensibile, il percorso si fa sfaccettato e equivoco, così da rendere arduo far della malattia uno strumento di conoscenza. E anche gli sforzi si fanno sfaccettati, frammentati, faticosi nella loro incomprensibilità. E la speranza “nel qualcosa che non può essere nominato”, nel qualcosa troppo grande per sembrare vero, si materializza in un’entità fisica, a un tempo granitica e splendente, di ciò che è lì per essere raggiunto, come arrivo necessario di un’esistenza.

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