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Mia madre ha fatto la maestra elementare per quarant’anni, e dipinge da quando ne aveva diciotto. È stata un’educatrice formidabile, un’intelligenza e un carattere straordinari, anche se con un’indole anarchica. Quando studiava dalle Maestre Pie prendeva spesso sette in condotta: forse anche per questo certi suoi alunni, già adulti, la riconoscevano per strada e andavano a farle le feste. Era schiva, con pochissime frequentazioni, e io sono quello che più le somiglia. Il bimbo che correva ad abbracciarla per consolarsi dalle ingiustizie e dalle piccole crudeltà dei compagni. Ero fragile, non riuscivo a impormi, così mi rifugiavo spesso nel suo petto. L’odore dei suoi scialletti era inconfondibile, un rifugio sicuro. La guardavo spalmare i fondi sulle sue tavole, i sassi, le conchiglie, mentre per dipingere voleva stare sola. Lei aveva tanti libri, per questo li amavo come oggetti, mi piaceva averli intorno, anche se non li leggevo. Così, lei mi ha fatto quello che sono. La sua irriducibile onestà intellettuale mi era naturale, finché le durezze della vita m’hanno costretto a infrangerla ripetutamente, per sopravvivere e calcolare, per conquistare e mantenere ciò che mi spettava. Forse è questo “sporcarmi” che ancora mi fa male, che mi provoca i brutti sogni.

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