Superstite di antiche fierezze

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Il giorno che ha nevicato ho fatto un sonno lungo, ma intermittente, e ogni volta che mi riaddormentavo riprendevo il filo dello stesso sogno, come un film che si mette in pausa per poi riavviarlo. Naturalmente non lo ricordo più, si è sfilacciato mentre viaggiavo sul mio ferrovecchio, se ne avessi tracciate le linee appena sveglio ne avrei potuto ricostruire l’intreccio, cioè quella porzione d’intreccio che sul momento sembra inserirsi in una trama, che dopo non si sa più qual è, diventa illusoria e inconsistente, e a volte può somigliare alla trama della nostra vita, che quando ci si pensa sembra di non ritrovarci più il filo conduttore. Che magari c’è, ma resta un brillìo sottilissimo nella luce del sole, come se fosse il filo secreto da un ragno che vuol collegare le sue tele da un punto a un altro. Comunque, mentre guidavo il mio ferrovecchio ho attraversato un rettilineo fiancheggiato da pini marittimi altissimi, vecchi chissà quanto, con le chiome così elevate che si deve rovesciar la testa per poterle ammirare. Come immaginavo, la neve aveva fatto danni anche lì, testimoniati dai grovigli di rami segati e abbandonati ai piedi di ciascun albero ferito; ma quel che non immaginavo è che alcuni, quattro o cinque, erano brutalmente mozzati, era stata tolta loro l’intera chioma con le ramificazioni, così erano rimasti lunghi e annichiliti, come pali senza più orientamento. Allora avevo pensato che anche loro — come alcuni di noi — sono “superstiti di antiche fierezze”, secondo un’espressione trovata anni fa in un romanzo di Ana Marìa Matute che m’è rimasta nella mente.

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