Dal potere delle idee a quello del passaparola (1)

 

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Da il manifesto, 21 agosto 2011

Dal potere delle idee a quello del passaparola

Stefano Magagnoli
responsabile della narrativa Rizzoli

Lasciandomi suggestionare dalla visione funesta che Tom Engelhardt ha dell’editoria in The Last Days of Publishing dovrei immaginarmi seduto in un saloon (in un comitato editoriale) con le spalle all’entrata e in mano la Aces over Eights, la proverbiale mano del morto – Dead Man’s Hand: due assi (fiori e picche), due otto (fiori e picche) e una carta ancora da girare. La leggenda narra così la morte del pistolero Wild Bill Hickok, freddato alle spalle nel 1876 a Deadwood nel South Dakota. Dalle porte del saloon ad entrare e a scaricarmi un caricatore nella schiena dovrebbero essere l’e-book e i suoi compari (il temibile iPad a fianco del fratello Kindle). Bei tempi, direte voi, quando si riceveva un dattiloscritto in ufficio, e ci si abbandonava al viaggio – mai uguale due volte – della lettura.

L’editoria ha avuto il suo momento di smarrimento, c’è stato nell’aria un silenzio strano e noti editor americani forzavano lo scoop dicendo che Weimar già si scorgeva (Guccini), qualcuno ragliava piano dichiarando Everybody in the business talks the talk, but do any of us have the fainest idea how to walk the walk? sappiamo che il libro sta morendo ma che facciamo? poi in due maniere – prima poco a poco e poi di colpo – ci siamo accorti che non era successo niente, anzi. Il publishing ha iniziato una sua nuova stagione, che raccoglie in sé tutte le vecchie difficoltà e le nuove di un mestiere che non sempre gli scrittori e i critici conoscono.

Si passa per le redazioni e si vedono appesi i poster con le famose frasi dei Longanesi e dei Bompiani che suonano un po’ come le targhette al bar a cui non si fa credito che ai novantenni solo se accompagnati dai genitori, ma non si può ironizzare sul fatto che quando i vecchi padri ti ricordano che l’Editore i libri non li scrive, non li stampa, non li vende etc ti stanno dicendo ancora una volta che l’editoria era difficile, è difficile.

Non è soltanto svegliarsi al suono del black berry che ti annuncia che un romanzo è stato comprato in America da una casa editrice (ma se è Farrar Straus è un conto, se Doubleday un altro), che lo stesso viene venduto nelle successive ore a diverse cifre in vari paesi e che se non lo intercetti prima di mezzogiorno pagherai una somma doppia. Non è soltanto decidere una buona strategia per affrontare con efficacia lo Strega (ti ci vuoi dedicare dieci giorni o sei mesi?). È piuttosto una infinita foresta di dettagli da attraversare spesso senza l’aiuto di alcun motivo razionale.

Contratti impossibili da sostenere se non li appoggi a Tv o radio, vedere in un libro brutto un libro bello (certi libri li si vuole vedere in una maniera e sono tutt’altro), fare una gran bella brutta copertina come mi consigliava l’altro giorno un collega del marketing, fare del prezzo un punto di leva (provateci voi!), capire come operare nella crisi del retail, intuire come impatta il digitale, come impattano le catene in crescita, come impattano le campagne sempre più frequenti in libreria, convincere il librario di Cagliari e il buyer della Grande Distribuzione, (ma non insieme e sullo stesso libro per l’amor di dio!), trovare un testimonial che dica che il libro è bello, uno che dica che è brutto (ma non sulle stesse testate per l’amor di dio), far piazzare il tuo libro nel display dei primi dieci in un autogrill di Pavia Nord o nella Feltrinelli di Piazzale Piemonte a Milano (due mondi e due lavori completamente diversi), decidere il momento dell’anno perfetto per ogni pubblicazione, riuscire a convincere l’autore che è stato fiacco nella prima pagina, che anche se in copertina c’è una mela che nel romanzo non c’è poco conta (mi è successo), che il titolo è sbagliato salvo poi scoprire che aveva lui ragione e cento, mille di queste cose ogni giorno che non sono propriamente leggere un buon libro, darlo alle stampe e andare a casa a bersi una bella birra.

(1 – continua)

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