Scrittura dottrinale

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Visto che dai Babilonesi ci separano parecchi millenni, non abbiamo il loro stesso modo di vedere, le stesse esperienze, la stessa mentalità e la stessa logica. Ma anche se non siamo più in grado di leggere e comprendere tutto come loro, dobbiamo riconoscere che la loro lettura non era arbitraria e fantasiosa, ma a suo modo obiettiva e razionale. Molti dei loro “pittogrammi divinatori” si basano su un gioco di assonanze fonetiche: per esempio, in un oracolo “storico”, dalle perforazioni riscontrate (pilšu palšu) sul fegato, si passa agli scavi (pilšu) che sono serviti a sottomettere una città fortificata, il cui nome stesso, Apišal, è composto dei medesimi fonemi costitutivi, con una leggera metatesi. Evidentemente non si trattava di un gioco di parole, per persone che ponevano così poca differenza fra le denominazioni e le cose. Ancora: «Se la pioggia piove (zunnu iznun) nel giorno [della festa] del dio della città – quest’ultimo sarà adirato (zêni) contro di essa. Se la Vescichetta biliare è rientrante (nahsat) – è inquietante (nahdat). Se la Vescichetta biliare è presa dentro (kussâ) il grasso – farà freddo (kussu). Se il Diaframma (?) è aderente (emid) – aiuto (imid) divino».

L’influenza della scrittura cuneiforme sullo spirito e sulla tecnica della divinazione deduttiva è chiara. E implica una certa astrazione dal concreto – un solo e medesimo segno mantiene il suo valore dovunque s’incontra – e un certo apriorismo – dovunque compare un segno deve comparire il suo significato –, che preparano la “razionalizzazione” ulteriore.

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La protasi esprime dunque, al presente o al passato, uno stato di fatto, realizzato e osservato. Annuncia la situazione del presagio, ossia l’aspetto preciso dell’oggetto che lascia intravedere il futuro, e dunque pronosticarlo. L’apodosi al futuro esprime quasi sempre il pronostico; dunque, contiene l’oracolo. Le protasi, e soprattutto le apodosi, hanno delle varianti. Nelle raccolte antiche le varianti sono spesso designate dalla formula šanîš: «altrimenti», e ancora più spesso šanû šumšu: «altro modo di enunciare». Nei manuali più recenti, dove possono essere numerose, fino a sette o otto, si dispongono una di seguito all’altra, tutt’al più separante dai “due punti” (due chiodi obliqui sovrapposti), che nella scrittura cuneiforme sono il solo segno d’interpunzione.

Le varianti, talvolta – come in ogni tradizione manoscritta – sono semplici conseguenze di incidenti di trascrizione o trasmissione dei manoscritti, dunque possono essere contraddittorie, in particolare nell’apodosi: l’una promette un avvenire favorevole, l’altra sfavorevole. Così, queste varianti diventano tradizioni diverse, perfino dottrine diverse d’interpretazione dello stesso fenomeno, e i copisti le aggiungono allora ad complementum doctrinae: affinché il lettore abbia sotto gli occhi tutte le informazioni conosciute, in mancanza di un criterio sicuro per scegliere la migliore. Un esempio tipico, in cui le varianti sono semplicemente giustapposte: «Se, sulla pelle del suo viso, a destra, si trova una [macchia-congenita-chiamata] umsatu – sarà fortunato, [oppure] quest’uomo diventerà povero».

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