Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

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Da il manifesto, 23 agosto 2011

Cerchiamo opere che parlino al nostro tempo

Matteo Codignola
Editor e ideatore della collana «Minima» per Adelphi

«Che genere di libri vi interessa?» Alle prime Buchmesse cui partecipi capita di incontrare editori o agenti che non conosci, o non conoscono te. E in genere, dopo il sinistro schiocco della pinzatrice con cui il tuo biglietto da visita viene incorporato nel quadernetto dello sconosciuto, la domanda che ti senti rivolgere è questa. Ovviamente non si sa cosa rispondere, o almeno non ho mai saputo cosa rispondere io. Credo di non essere mai andato oltre un illuminante «libri», incoraggiando così il mio dirimpettaio (più spesso una dirimpettaia) a scorrere il nostro catalogo, alzare un sopracciglio, e dire qualcosa come, «Ho uno straordinario reportage dall’Iraq, il primo di una donna soldato. C’è tutto, guerra, sesso, commedia, anche scrittura. Negli Stati Uniti è considerato il libro dell’anno, però non penso che faccia per voi».

Non ho tenuto il conto, ma credo di avere speso una parte considerevole della mia vita lavorativa a tentare di convincere vari interlocutori che sì, un certo libro faceva per noi (al contrario di altre proposte, tipo quella che pochi anni fa mi era stata descritta come di estremo interesse: «Autore tedesco, morto da poco. Conchiglie. Simboli. A Roma. Perfetto per voi, no?»).

In alcune circostanze questo corpo a corpo con la propria immagine ha assunto connotati paradossali. Anni fa avevamo deciso di comprare il breve libro di memorie di un giovane attore off americano, che per un anno della sua vita, a Los Angeles, aveva esercitato il mestiere più antico del mondo. Il racconto era divertentissimo, e l’autore – che avevo conosciuto ad Amsterdam insieme alla produttrice dello spettacolo tratto dal libro, Xaviera Hollander – sarebbe stato felice di venire da noi. Il problema era il suo editore scozzese, Canongate, col quale peraltro siamo in rapporti piuttosto stretti. Sulla cifra ci eravamo accordati subito, ma a metà trattativa Canongate ci aveva scritto esprimendo il dubbio che il libro fosse adatto al nostro catalogo. Seguiva richiesta di una dimostrazione (scritta anch’essa) del nostro genuino interesse per l’autore, la sua storia, i suoi temi.

Non ricordo di avere redatto lettere molto più imbarazzanti. La prima parte era una dichiarazione più o meno giurata della nostra fascinazione per tutto quanto attenesse alla sfera del sesso, in senso lato e naturalmente in quello editoriale. Al termine dell’arringa chiamavo a deporre una persona per definizione informata dei fatti, e cioè Nell Kimball, le cui Memorie di una maitresse americana erano state non solo uno dei primi titoli pubblicati da Adelphi, ma anche uno dei suoi long seller. Alla fine il libro siamo anche riusciti a prenderlo, ma per un attimo ricordo di aver pensato che avrei fatto meglio a seguire i consigli di Xaviera, che quella sera sedeva alla cassa e sbigliettava. Dopo avermi strappato di mano una banconota da cento, comunicandomi che teneva il resto come finanziamento alla compagnia, Xaviera mi aveva passato una copia del suo libro più celebre, The Happy Hooker. Pubblica questo, mi aveva detto, se vuoi te lo vendo anche stasera.

Questi traffici hanno un loro coefficiente di intrattenimento, ma ammetto che non aiutano a rispondere alla domanda iniziale in modo più articolato. Ci interessano i libri, e tutto sommato non è poco – più passa il tempo, più è bene non dare quella parolina, «libro» per acquisita. Bene, ma quali libri?

Oh, libri molto lontani fra loro. So benissimo come si immagina che passiamo il tempo, alla Adelphi: sfogliando vecchi cataloghi, e scegliendo titoli – non riesco neanche a scriverlo – sofisticati, elitari, snob, possibilmente di autori defunti. Ora, mi piacerebbe molto fosse vero, perché significherebbe che tutti i giorni parteciperei a dialoghi del tipo «Hai letto X?». «Sì, è buono, ma cosa vuoi che ti dica, non mi sembra abbastanza elitario. Poi scusa, ho saputo (pausa di contrizione, o smorfia di ribrezzo) che l’autore è vivo». Spiace sempre sfatare una leggenda, ma purtroppo – ripeto, purtroppo – non accade nulla del genere. Alla Adelphi cerchiamo libri scritti oggi come negli ultimi secoli (e in qualche caso millenni), ma se l’uomo produce testi da tempo immemorabile non ci sentiamo di farcene una colpa. Cerchiamo libri che comunque parlino al tempo in cui vengono pubblicati, magari in un modo che a quello stesso tempo non suoni troppo ovvio. Dal punto di vista delle singole scelte, sappiamo che il nostro è un mestiere caduco – e non è detto che sia un male. Su un altro piano, quello della forma, lottiamo invece per una certa permanenza.

Non ho lo spazio per elencare ciò che fa di un libro un libro: la decenza (se non la bellezza) tipografica, le pagine cucite anziché incollate, una gamma di copertine che comprenda altri soggetti, oltre a un volto o corpo di femmina su uno sfondo di acqua o di nuvole in viaggio. Però voglio concludere con un piccolo esempio di cosa intendiamo, dal punto di vista editoriale, per permanenza. Qualche anno fa facevamo una rivista, «Adelphiana» che suscitava un fenomeno opposto a quello da sempre associato al partito di governo e al suo leader – decine di milioni di elettori, e nessuno confesso: nel caso della rivista i consensi erano unanimi ed entusiastici, solo che nessuno trovava sbocco nel banale atto dell’acquisto.

In una situazione del genere un editore non masochista prende l’unica decisione possibile, e cioè sospende le pubblicazioni. Lo abbiamo fatto, ma ci dispiaceva rinunciare a questi testi brevi – e, di nuovo, diversissimi fra loro. Quasi senza che ci fosse bisogno di discuterne, è quindi nata l’idea di trasformarli in piccoli libri: dando forma di libro a qualcosa che non ce l’aveva.

Per capire cosa intendo basta guardare il primo numero della collana Minima, e cioè gli Appunti sul nichilismo europeo di Nietzsche. In origine si trattava di un brevissimo – ma altrettanto importante – taccuino engadinese. Oggi è un volume che riproduce il testo manoscritto in anastatica, nella sua versione originale e in traduzione: e lo correda di un rispettabile apparato critico. Il tutto in sessanta pagine di piccolo formato.

Per puro caso, ho visto i libri arrivare in libreria. Spacchettando i primi cinque titoli della serie, il libraio mi ha chiesto, nell’ordine, cosa diavolo erano, e dove poteva metterli. Al solito, non avevo risposte, o meglio avevo solo la risposta di Francoforte. Che però, nella circostanza, era abbastanza adatta: «Libri. Sono libri. Perché non li mette sul bancone?».

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