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Quel passo di Lester – come molti suoi pensieri – riconducono a me, com’è immaginabile. Ricorda il mio sentirmi a volte diverso, sbagliato, inadeguato, gravato del mio errore: per esempio quando dice che il mondo lo delude e lui delude il mondo. E quando dice che non intende morire, perché vuol continuare a cercare, ma se per questa ricerca deve correre il rischio d’incontrare la morte, allora è pronto a correrlo. Come personaggio, mi è vicino in tutto. Io sarei pronto a rischiare, sì. Tornerei “là sotto”, insomma, perché il mio attaccamento alla vita viene sempre messo in discussione. Perché mi sento fuori posto troppo spesso, osservo le persone passare e mi domando che ci faccio qui, cos’ho in comune, mi sento stranamente alieno, pur così normale. Forse da sempre mi sento così, e forse non cambierò. Una sensazione che può diventare dolorosa quando si aggancia ai sensi di colpa, o al sentimento d’inadeguatezza. Sentirsi diversi è un conto, ma sentirsi diversi perché colpevoli o inadeguati è tutta un’altra cosa.

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