Scrittura rituale

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La parte principale della divinazione babilonese, cioè lo studio propriamente detto dei presagi, era un’impresa complessa, anche lunga, che poteva richiedere la competenza e l’attenzione di più di un bârû. Si trattava di «raccogliere i presagi», cioè di registrare tutto ciò che era stato osservato di presago. Poi, per «valutarli», «giudicarli», ponderarne il valore ominoso, si potevano consultare i trattati, talvolta con ricerche più o meno impegnative: «Ho scovato questo presagio nella tavoletta che tratta dei serpenti»; talvolta invano, almeno per ritrovare l’esatta situazione di presagio in questione: «[nei trattati] non vi è nulla di scritto [al riguardo]».

Ma tutta questa casistica forniva solo i paradigmi di una scienza, i cui principî non scritti dovevano permettere di risolvere tutti i casi: proprio di fronte agl’imprevisti un buon indovino mostrava il suo mestiere, come un buon medico davanti a una sindrome inattesa o mai descritta. Risolto così ciascun presagio nel suo oracolo, all’occorrenza toccava al bârû equilibrare un contenuto oracolare composito, bilanciare un elemento con l’altro e ricavare dal tutto, con una sorta di calcolo, la risposta finale alla domanda formulata. Operazioni che potevano comportare delle verifiche anche molteplici: la regola di verificare ogni consultazione importante con una controprova è verosimile, anche per mezzo di una tecnica diversa. Si avevano anche casi in cui l’operatore si dava per vinto, e cedeva il posto a qualcuno più abile di lui.

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La consultazione divinatoria non si poteva fare in qualunque momento. C’erano «mesi favorevoli e giorni propizi», e altri non ritenuti tali. Persino certe ore, forse, erano più adatte di altre: soprattutto le ore calme della notte. Le «preghiere notturne» o «alle divinità della Notte», conosciute fin dall’epoca paleobabilonese, esprimono la comunione con gli dèi, facilitata dal riposo universale della natura e degli uomini. L’atto divinatorio richiedeva anche una certa preparazione. Non solamente la vittima, quando la procedura ne voleva una, doveva essere, secondo la regola, «ritualmente pura e ineccepibile», ma l’indovino stesso, «quando si proponeva di eseguire per il re l’esame-divinatorio, era tenuto a lavarsi con acqua pura ancor prima dello spuntare del giorno, a ungersi… e a rivestirsi di un abito pulito», e l’abbiamo sentito protestare la sua «purezza» nel momento in cui «si avvicinava all’assemblea degli dèi per il giudizio-divinatorio». Se, per caso, presenziava anche il richiedente, per «recitare ad alta voce la domanda» riguardo all’avvenire, verosimilmente doveva mettersi anch’egli in uno stato di purità rituale.

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