Regole, princìpi

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Ogni libro, dicono, è come un messaggio mandato a una persona che si adotta come amica, una lettera con destinatari non identificati ma ben definiti, che leggeranno in un momento indeterminato. Il mandante/scrittore vuol essere letto perché vuol essere ascoltato, perché vuole che le sue idee/istanze/sentimenti vengano compresi e condivisi. Già l’Umanesimo configurava una comunità di lettori di libri che si univano e si accomunavano agli autori attraverso i secoli: una società letteraria a-cronica di persone che avrebbero apprezzato e amato le stesse parole in epoche e luoghi diversi. Questa idea postula l’amicizia, la consuetudine, la comprensione e la comunanza intellettuale con il lettore sconosciuto e futuro.
Oggi, con internet, è tutto diverso, perché si sono liquefatte le convenzioni, le regole, e con esse le idee, che si sono disperse per rivoli talmente reticolari che hanno perso la consistenza tradizionale. Così le nuove narrazioni – spesso collettive – diventano diverse, secondo alcuni sconnesse e poco meditate, sotto-codificate e quindi insufficienti. Sono differenti da com’era la narrazione prima, si sono adeguate ai tempi, e forse stanno preludendo a un mondo in cui ogni cosa può trasformarsi facilmente in qualcos’altro, anche nel suo contrario, senza causare troppe dissonanze. Facendo evaporare le regole, e con esse il senso della complessità del racconto e della parola. Così, nelle nuove comunità di racconto – che sia narrativo, politico ecc. – la concretezza del dire sembra cedere spazio alla pratica della parola come amuleto, come formula salvifica che per il solo fatto di essere pronunciata fa accadere le cose. Quando invece non è così, perché la realtà sta fuori, al di là degli schermi, nei luoghi dove materialmente si determina.