Scrittura giudicante

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Nei Babilonesi, a rivelare il senso religioso attribuito all’atto divinatorio sono le formule e le preghiere che lo precedevano e gli davano un tono profondamente devoto. Si chiedeva agli dèi, quando si trattava di aruspicina, di «preparare» così bene la vittima scelta, che l’indovino, dissezionadola, vi trovasse soltanto presagi felici, i quali erano dettagliati con tanto scrupolo di enumerazione. E soprattutto, tanto nell’agnello che si stava per consacrare, quanto nel presagio che si stava per trattare, si supplicavano gli dèi di «porre la Verità».

Numerose erano le divinità che intervenivano nelle operazioni divinatorie, chiamate in aiuto o invocate dagl’indovini o dai fedeli. Ma due dèi pare che siano stati, almeno all’inizio del II millennio, preposti più strettamente agli interessi della divinazione deduttiva applicata, considerati soprintendenti agli atti divinatori e garanti dei loro risultati: Samaš e Adad. Essi si «interrogavano nel corso dell’esame-divinatorio (bîru)», «davanti a loro» si procedeva all’esame, che portava alla «decisione oracolare» (purussû), che era presa «per loro intervento» ed emessa «al loro comando». Perciò s’invocavano così spesso come «signori dell’esame-divinatorio» (bêlê bîrî), del «giudizio-divinatorio» (dînu), della «decisione oracolare» e della «preghiera-dedicatoria (per ottenere una tale decisione)» (ikribu).

Samaš occupava tradizionalmente, almeno dalla prima metà del II millennio, il posto d’onore nella sfera mantica, dove Adad era solo il suo aiutante. Era infatti il dio del Sole, che, illuminando tutto con la sua impietosa luce universale, rivelava, scrutava e giudicava tutte le azioni umane, di cui nessuna sfuggiva al suo sguardo: proprio in quanto dio della Giustizia, Samaš è diventato il dio per eccellenza della divinazione. Se la divinazione deduttiva “teorica” appare un’attività razionale, una tecnica, una scienza da specialisti, nella sua messa in pratica è permeata di religiosità e correlata intimamente col mondo divino. Al punto che l’indovino stesso non era considerato se non un intermediario: non era lui che veniva consultato, ma gli dèi attraverso di lui, e non era lui che rispondeva, ma gli dèi attraverso di lui («Ho consultato Samaš mediante l’agnello dell’indovino»).

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Quando l’indovino aveva terminato il suo lavoro di studio, di collazione, di verifica dei presagi, quando, con cognizione di causa, dava la risposta alla domanda formulata e passava all’atto specifico della divinazione, questo procedimento non era definito – come ci si aspetterebbe – in termini di “futuro” o di “predizione”, ma in termini di “giustizia resa”. L’indovino, dice il direttorio dei bârû, «avendo allora preso posto, davanti a Samaš e Adad, sulla cattedra del giudice, pronuncerà un giudizio esatto e veritiero». Il che concorda pienamente col fatto che Samaš e Adad, in quanto patroni della mantica, erano chiamati non solamente «signori dell’esame-divinatorio» e «della preghiera-di-consacrazione (per ottenere un responso divinatorio)», ma «signori del giudizio-divinatorio» e della «sentenza-oracolare», le precise parole che designano comunemente l’atto del Giudice che amministra la Giustizia. Formalmente, agli occhi degli antichi Mesopotamici, la divinazione deduttiva messa in pratica non era dunque che una sorta di giustizia resa: come il compito proprio del giudice era di confrontare i dati concreti di un atto commesso da un imputato col contenuto normativo di “leggi”, scritte o no, per decidere la sorte futura dell’interessato, così l’indovino esaminava quegli atti del processo che erano i presagi e, confrontandoli con “leggi”, scritte o no come tali, prendeva una decisione ed emetteva una sentenza relativa alla sorte di chi si trovava implicato in quei presagi.

Il giudice decideva dell’avvenire dell’imputato in funzione degli elementi che gli presentavano gli atti del processo, e l’indovino decideva dell’avvenire del consultante in funzione degli elementi che gli presentavano i presagi. Come il giudice trovava nella casistica dei codici una guida per dedurre dai fatti che gli erano stati presentati la sentenza che formulava, l’indovino trovava nella casistica dei trattati una guida per dedurre dallo stato dei presagi la risposta che egli dava alla domanda intorno all’avvenire del consultante. I due agivano così in maniera puramente razionale, ma, per adempiere bene ai propri uffici e non sbagliare, in un problema pieno di difficoltà, di oscurità e d’insidie, avevano bisogno dell’assistenza degli dèi e soprattutto della luce di Samaš, il Luminoso per eccellenza, e a questo titolo dio della Giustizia. Come il verdetto del giudice, così anche quello dell’indovino non era inevitabilmente esecutivo: gli dèi che decidevano il futuro attraverso la consultazione-divinatoria, non meno del sovrano di quaggiù, avevano diritto di pentirsi e di graziare. Perciò il consultante che aveva ricevuto dall’indovino una risposta sfavorevole riguardo al suo avvenire, conservava la facoltà di rivolgersi ai suoi giudici supremi per chiedere grazia. Ecco perché esistevano i namburbû, rituali “d’appello” in qualche modo, così strettamente connessi coi risultati della consultazione divinatoria che si trovano talvolta inclusi nei trattati, in una forma o nell’altra.

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