cultura

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Chiedere cultura è troppo, per questo Paese? Non sarebbe sorprendente sentirsi rispondere che sì, è troppo. E amare la cultura, esserne portato, può diventare uno stigma, una maledizione? Può diventarlo.
Si dice che chi professa la cultura e l’intellettualità tende a raggrupparsi in insiemi ristretti, in conventicole autoreferenziali e settarie di persone che coltivano inclinazioni snobistiche. Spesso è vero. Ma chi decide di rifiutare questo schema offrendosi al resto del mondo, ovvero a ciò che è fuori e a chi è fuori, il più delle volte rimane emarginato, perché non riesce a connettere i propri peculiari contorni a quelli di chi la cultura non la professa, o a cui semplicemente non è incline. Non combaciando i contorni, non c’è corrispondenza, e quando non si corrisponde si è sostanzialmente — se non formalmente — estranei.
Essere incline alla cultura, dunque, senza necessariamente professarla o reclamarla (per non voler sembrare invadenti o importuni), può diventare un problema, se non una maledizione. Perché quando manca il terreno di coltura appropriato, il prezzo da pagare — se si rifiuta l’aggregazione settaria e autoreferenziale, piena di trappole  — è l’isolamento, sancito dall’emarginazione.

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