Nereo e Proteo

 

01Nereo e Proteo, i Vecchi del mare, sono le figure arcaiche della divinazione greca. Appartenevano a quel numero di divinità marine profetiche di cui il mondo Egeo aveva popolato il mediterraneo nei tempi antichissimi, prima che Poseidone diventasse il sovrano delle distese marine. Proteo e Nereo erano benefattori che hanno il potere di mutarsi in ogni sorta di animali, esseri, elementi, e hanno anche il dono di predire l’avvenire.

Tratti simili si trovano negli dèi dei fiumi e negli spiriti delle acque, che hanno spesso il dono di trasformarsi e di predire l’avvenire. I doni profetici di Proteo e Nereo, però, vengono rivelati solo sotto costrizione, e questa resistenza a rivelare i segreti del futuro, a meno di esservi forzato, è un tratto frequente in molte tradizioni. Tutto accade come se la conoscenza privilegiata del futuro dovesse restare appannaggio degli esseri che la posseggono per dono divino, e solo la forza potesse indurli a condividere la loro prescienza.

Un famoso episodio, raccontato nell’Odissea, rimase vivo nella memoria degli antichi. Nel iv canto, Menelao, bloccato nell’isola di Faro dall’assenza di venti favorevoli e disperando di poter proseguire il viaggio di ritorno, tocca il cuore di una ninfa figlia di Proteo, Eidotea. A un certo punto la ninfa fa all’eroe greco una proposta (vv. 382 ss.): «Qui vive il vecchio del mare che sa la verità, Proteo d’Egitto, immortale, suddito di Poseidone, che ben conosce tutti gli abissi marini. È lui che mi ha generata, è mio padre. Se tu riesci a catturarlo con un agguato, ti dirà la lunghezza del viaggio, ti indicherà la strada del ritorno che compirai sul mare pescoso. E ti dirà anche, principe, se lo vuoi, quel che di male e di bene è avvenuto nella tua casa mentre compivi il tuo lungo e difficile viaggio».

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Poi Eidotea istruisce Menelao circa quello che deve fare per ottenere le risposte che desidera: «Quando il sole ha raggiunto la metà del cielo, allora esce dal mare, il vecchio infallibile, celato fra le onde scure che rabbrividiscono al soffio di Zefiro, esce per andare a dormire in antri profondi. Emerse dal mare bianco di schiuma, dormono intorno a lui numerose le foche, figlie della bella Anfitrite, emanando un odore acuto di salso. All’alba ti condurrò là e vi farò distendere in fila: scegliti tre compagni, i migliori che hai sulle tue solide navi. Ti spiegherò tutti gli inganni del Vecchio. Conterà, per prima cosa, e passerà in rassegna le foche, e dopo averle tutte contate e guardate, si stenderà in mezzo a loro, come un pastore tra le greggi di pecore. Appena l’avrete visto giacere disteso, allora, chiamando a raccolta tutta la forza e il coraggio, tenetelo stretto, anche se si dibatte e cerca di fuggire. Tenterà di trasformarsi in acqua, in fuoco fulgente, in ogni essere che sulla terra si muove. Voi tenetelo forte e stringetelo ancora di più. Ma quando lui stesso ti rivolgerà la parola, con l’aspetto che aveva quando lo vedesti giacere, allora non usare più la forza, principe, libera il Vecchio e domandagli quale degli dèi ti perseguita e come potrai tornare attraverso il mare ricco di pesci».

Tutto si svolge come Eidotea aveva previsto. Ma l’inganno perpetrato contro suo padre comporta anche un travestimento di Menelao e dei suoi compagni: «Si immerse intanto la dèa nei vasti abissi del mare e quattro pelli di foca portò fuori dall’acqua, tutte appena scuoiate: preparava l’inganno a suo padre. Sulla riva sabbiosa scavò delle fosse e si sedette aspettando. Noi le giungemmo vicino. Lei ci fece distendere in fila e sopra ciascuno gettò una pelle di foca. Era l’agguato più orrendo, orribilmente ci tormentava il tremendo fetore delle foche figlie del mare: chi mai potrebbe giacere accanto a un mostro marino?». Ma l’ambrosia portata da Eidotea consente ai Greci di superare la prova. «Per tutto il mattino aspettammo, con cuore paziente. Dal mare emersero in gruppo le foche e si sdraiarono in fila lungo la riva del mare. A mezzogiorno uscì il Vecchio, trovò le sue pingui foche, le passò in rassegna, le contò tutte. Noi per primi contò, e non comprese, nell’animo, ch’era un inganno. Poi si distese anche lui. Noi allora gli balzammo addosso gridando. Memore dei suoi abili inganni, il vecchio per prima cosa si fece leone dalla folta criniera e poi serpente, pantera, enorme cinghiale; diventò liquida acqua, albero dall’alta chioma. Noi lo tenevamo con forza e con tenacia. Ma quando fu stanco, il Vecchio maestro di inganni, allora mi rivolse la parola e mi disse…». Segue poi l’annuncio del destino di Menelao.

 

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Un pensiero riguardo “Nereo e Proteo”

  1. Per vincere le schizofreniche resistenze del Proteiforme a svelare il da venire – e le sventure domestiche che gli spettano -, occorre che Mene. si lasci avvolgere dalla pelle della bestia strisciante e maleodorante… che oltre la battigia segue – qual gregge – il Vecchio lupo di mar…
    Solo la maschera dell’inganno fa avvicinare l’Atride al custode del proprio futuro, che non gli appartiene prima ancora che lui lo viva o lo subisca inerme. Et poscia… sol la forza bruta vale a che l’isolano “condivida” la sua pre-scienza – ovvero la visione del post. Come pel crimine di Prometeo, che ruba inopinatamente il fuoco olimpico, anche a Faro si estorce al dio dei flutti lo sguardo su “quel che farò”…
    MORALE: W la foca… e che il dio la benedoca!

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