I libri sul comodino

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Dicembre, 1985

Un mese fa sono andata a trovare, per l’ultima volta, Elsa Morante. Le notizie che avevo erano senza speranza, mali e malanni si succedevano sovrapponendosi.
Non c’era nessuno: ormai da tempo i visitatori si erano diradati al punto che per intere settimane Elsa restava sola con la devotissima Lucia.
La trovai ancora addormentata: nella stanza un’aria di abbandono. I libri (che gran lettrice era!) sistemati lontano da lei (mentre fino a pochi mesi prima erano accatastati sul comodino, a portata di mano, un paio anche sul letto), e molti ancora chiusi nelle buste delle case editrici; le piantine che prediligeva (quelle grasse, quelle di basilico…) lontane anch’esse dalla vista, e non più a portata di mano il telefono, che ormai a fatica riusciva a usare.
Quando riaprì gli occhi prese a gemere terribilmente. Con gli occhi sbarrati attendeva la fitta che le faceva artigliare con la mano destra la testa; quando la fitta calava di intensità la mano tornava a premere sull’altra, poi, dopo un paio di minuti, tornava ad artigliare i capelli.
Rispose al mio saluto in un modo per cui mi sembrò mi riconoscesse, ma per il tempo in cui rimasi vicino a lei, non mi rivolse mai lo sguardo.
Nel giro di pochi giorni, esauritisi quei dolori (provocati dal fuoco di Sant’Antonio), prese a tenere gli occhi ostinatamente chiusi, anche quando mangiava, e a occhi ostinatamente chiusi accolse un amico, Goffredo Fofi, da lei sempre molto amato. Era il suo ultimo, definitivo modo di esplicitare il suo grande rifiuto del mondo e di attendere una morte che, seppur invocata, tardava troppo a venire.
“Perché mi volete sadicamente impedire di morire?”, aveva subito ricominciato a sperare. Elsa aveva ripreso a leggere, a conversare, girava su e giù per la clinica sulla sua carrozzella, e un giorno che andai a trovarla la vidi attorniata da due bambini africani, lì ricoverati, che intratteneva superbamente: sapeva parlare e far parlare chiunque, soprattutto la gente sola e diseredata, con regale naturalezza.
Mi disse allora che, dopo tanto tempo, sentiva muoversi nella fantasia delle immagini, delle presenze in cerca di una voce. Le ricordai una frase che mi aveva detto un giorno, ai tempi in cui stava scrivendo
Aracoeli. Mentre si accomiatava da me dopo colazione per ritirarsi a scrivere nello studio al piano di sopra, mi aveva detto: “Sono proprio curiosa di sapere cosa farà adesso Aracoeli: è in un momento molto difficile!” Sperava di scoprirlo in quello stesso pomeriggio, come noi quando avremmo letto questo splendido romanzo che mi parve, già allora, un grande congedo dalla vita.
Trovandola inaspettatamente come ai tempi migliori, presi a interrogarla febbrilmente su tutto, quasi a saziare una fame arretrata come mi era mancata la prodigiosa originalità e schiettezza dei suoi giudizi! Mi rimprovero all’improvviso, in una pausa, di non dire mai niente di me, “neanche adesso che ti è successo qualcosa di importante”, indovinò fulmina. Ho già avuto occasione di scriverlo: Elsa aveva qualcosa del medium, intuiva tutto, se voleva, anche se, verso certe cose, aveva delle sdegnose sordità, e certi aspetti della psiche la infastidivano moltissimo: ricordava allora, con puntigliosa precisione, i giudizi sbagliati, le gaffe, le cadute di stile dell’interlocutore. Sulla difensiva, parafrasando Manzoni, le dicevo allora: “Che gran donna! Ma che tormento!”.
Il suo odio per le melensaggini era pari a quello per la brutalità, l’accidia, l’avarizia di sé e l’invidia, che, mista a ostilità, imputava a un certo establishment letterario da lei detestato e col quale da tempo aveva rotto ogni rapporto; ricordava solo qualche amico morto: Saba, Savinio, Penna, Pasolini… e leggeva con passione le poesie di Guerra, Giudici, Raboni, Volponi…

(segue…)

Grazia Cherchi, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli , Milano 1997