L’arte espansa

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L’artworld odierno è minato da alcuni falsi miti: ricerca della trasgressione e dello scandalo, alleanza con il sistema dei media e con i gruppi di potere finanziario, furbo ammiccamento, ostentato cinismo, impegno per dar vita a una «cupola mondiale» da cui sono escluse quelle personalità che praticano linguaggi tradizionali come pittura e scultura, derisione ai danni dei profani per difendersi da ogni possibile dissenso. Decisive alcune strategie minime: sottrarre un oggetto dal suo contesto di appartenenza, per introdurlo poi nel «regime estetico»; e dissolvere l’identità dell’opera in un «flusso comunicativo», delegando a team di artigiani la realizzazione effettiva di un determinato progetto.
Per interpretare il «cambiamento epistemologico della nozione di arte», Perniola parla di «svolta fringe»: si trasforma «in qualcosa di emozionante, eccitante e seducente una entità che non riesce a manifestarsi da sola come tale»; e si riporta nello spazio dell’arte qualcosa o qualcuno che è marginale. Quel che conta non è la qualità dell’opera in sé, ma la legittimazione – il «battesimo» – dei «mediatori» (galleristi, direttori di musei, dealer, curatori). Perché oramai «nulla è di per sé stesso arte». Lo diventa attraverso vari stratagemmi: il modo in cui l’autore pensa la sua attività, il contesto diacronico e sincronico dove si trova ad agire, i filtri cui viene sottoposto da parte del pubblico, della critica, dei media, del mercato. «Ne deriva che arte è tutto questo insieme di azioni e reazioni, teorie e iniziative, oggetti e racconti, documenti e materiali del più vario genere».

Vincenzo Trione, in La Lettura #206, pag. 29