Franz Kafka, Lettera al padre (6)

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L’impossibilità di un rapporto tranquillo ha avuto un’altra conseguenza, davvero molto naturale: ho disimparato a parlare. Non sarei comunque divenuto un grande oratore, ma avrei senz’altro dominato il linguaggio umano, abitualmente fluente. Tu cominciasti però assai presto a togliermi la parola, la tua minaccia: “Non una parola di replica! ” e la relativa mano alzata mi accompagnano da sempre. Davanti a te mi veniva — tu sei, per quel che riguarda le tue cose, un oratore eccellente — una parlata incespicante e balbuziente; anche questo era troppo per te, e alla fine tacqui, dapprima forse per orgoglio, e poi perché davanti a te non sapevo né pensare né parlare. E poiché tu sei stato il mio vero educatore, questo ha influenzato tutta la mia vita. Compi un errore davvero sorprendente quando affermi che non mi sarei mai piegato a te. “Sempre tutto il contrario” non è davvero mai stato il principio che ho seguito nei tuoi confronti, come credi e mi rimproveri. Al contrario: se ti avessi seguito meno, saresti sicuramente più contento di me. Invece tutti i tuoi provvedimenti educativi hanno colpito nel segno; a nessuna mossa sono sfuggito e, così come sono, sono proprio (fatta eccezione naturalmente per il materiale umano e per l’influenza della vita) il risultato della tua educazione e della mia docilità. Il fatto che questo risultato ti sia penoso, al punto che inconsciamente rifiuti di riconoscerlo come risultato della tua educazione, è dovuto proprio al fatto che la tua mano e il mio materiale erano così diversi l’uno dall’altro. Dicevi: “Non una parola di replica!”, e volevi così mettere a tacere le forze antagoniste presenti in me e a te sgradite; ma questa azione è stata per me troppo forte, io sono stato troppo docile e sono ammutolito completamente, mi sono nascosto davanti a te e ho osato muovermi soltanto quando sono stato così lontano da te che il tuo potere, almeno direttamente, non poteva raggiungermi. Tu però eri là, e tutto ti sembrava ostile, mentre era soltanto la naturale conseguenza della tua forza e della mia debolezza.
In campo oratorio, i tuoi efficacissimi strumenti educativi, che quanto meno nei miei confronti non hanno mai fallito, erano: insulti, minacce, ironia, risolini cattivi e, stranamente, autoaccuse.
Che tu mi abbia insultato direttamente e con veri improperi, non ricordo. Non era neanche necessario, avevi tanti altri mezzi, e nei discorsi a casa e soprattutto in negozio gli improperi mi volavano intorno e si abbattevano sugli altri in tale quantità che, ragazzino, ne ero quasi stordito e non avevo motivo di non riferirli anche a me, perché sicuramente la gente che insultavi non era peggiore di me e sicuramente non eri meno insoddisfatto di loro di quanto tu lo fossi di me.
E anche qui tornava la tua enigmatica innocenza e inafferrabilità, tu insultavi senza dartene minimamente pensiero, mentre negli altri condannavi e proibivi ogni ricorso a improperi.
Rafforzavi gli insulti con le minacce, e questo valeva anche per me. Terribile ad esempio mi pareva questa: “Ti faccio a pezzetti come un pesce”, per quanto sapessi che non seguiva niente di peggio (da bimbetto tuttavia non lo sapevo), ma l’idea che mi ero fatto del tuo potere prevedeva quasi che tu potessi farlo. Terribile era anche quando, gridando, correvi intorno al tavolo per acchiappare qualcuno; evidentemente non lo volevi acchiappare, ma sembrava, e alla fine la mamma lo metteva in salvo. Ancora una volta, almeno così pareva al bimbo, si era rimasti in vita per tua grazia, e si continuava a vivere per tuo immeritato dono. Sono rilevanti a questo proposito le minacce per le conseguenze della disobbedienza. Se io cominciavo a fare qualcosa che non ti piaceva, e tu mi minacciavi di insuccesso, il timore reverenziale per la tua opinione era tale che l’insuccesso, anche se forse solo in seguito, era inevitabile. Io perdetti ogni fiducia nelle mie azioni. Ero incostante e incerto. Più crescevo e maggiori erano le prove che mi potevi opporre a dimostrazione della mia mancanza di valore; e gradualmente cominciasti ad avere anche ragione, da un certo punto di vista. Di nuovo mi guardo bene dall’affermare che sono divenuto così solo per causa tua: tu hai solo rafforzato quello che già c’era, ma l’hai rafforzato notevolmente, proprio perché disponevi di un enorme potere su di me, e l’hai impiegato tutto.

(6 – continua)