Materiali 19. Elisir mediatico

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Dopo le illustrazioni acquerellate dei singoli stadi dell’operazione alchemica, iniziava la descrizione vera e propria della fase preparatoria del procedimento. Sostanze non meglio identificate, definite quei zolfi bianchi e rossi, venivano triturate finemente in un mortaio di marmo e bagnate versandovi sopra la terza parte del suo peso del mercurio da cui quelli erano stati ricavati. Se ne faceva una pasta come il burro e la si metteva in un’ampolla ovale, che veniva posta a scaldare sul fornello in un letto di ceneri, al fine di mitigare e uniformare l’azione del calore. Durante la cottura, ogni volta che saliva una schiuma rossa la si toglieva agitando la soluzione con una spatola di ferro, finché il composto raggiungeva la consistenza del miele. Dopo aver raffreddato il vaso con il composto, lo si sottoponeva a sette sublimazioni successive, estraendo l’Acqua delle sette quintessenze. Questa era la matrice assoluta dell’Olio filosofico, un distillato ottenuto dopo aver fatto passare quell’acqua tre volte per l’alambicco, ed eliminato l’ultima feccia. L’Olio filosofico era definito la tintura intermedia purissima, l’elisir mediatico, il distillato assoluto che andava unito alla materia prima segreta che l’alchimista aveva scoperto. Trattando quelle due componenti con certe sostanze coadiuvanti e sottoponendole a un complesso procedimento di decozione, descritto da una serie di illustrazioni, si sarebbe giunti a realizzare la Grande Opera.

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Chiuse gli occhi e si stirò, prendendosi la testa fra le mani. Dal suo tavolo, l’uomo in pizzetto bianco continuava a osservarlo di sottecchi. Ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa, e passandogli vicino sbirciava i fogli che aveva davanti. Allora lo guardò con una punta d’irritazione e tornò a impilare alcuni dei volumi che stava consultando, per coprire il manoscritto alla vista. Si mise davanti il Rosarium Philosophorum, la Silva Philosophorum, il Theatrum Chemicum Britannicum di Elias Ashmole, la Phylosophya Reformata del Mylius, che riportava illustrazioni molto più eloquenti del testo oscuro e prolisso. Spostò di lato l’Atalanta Fugiens di Michel Maier, che dava una serie d’interpretazioni in chiave alchemica dei miti greci, e l’Introitus di Filalete. Da tutte quelle pagine, fitte di tavole allegoriche e formule arcane, un odore di carta stantìa. Quanto all’autore del manoscritto, affermava d’aver trovato la materia prima segreta, da cui doveva partire ogni ragionamento sull’alchimia, sotto terra. La ricerca della materia prima era il momento più difficile: si diceva avesse corpo imperfetto, tinta penetrante, mercurio trasparentissimo, volatile e mobile. Veniva chiamata con molti nomi: Ambasagar, Tubalcain, Riovrabet, Vitrolium, tutte parole di nove lettere, ma nessun alchimista aveva mai rivelato la sua natura. V.I.T.R.I.O.L.V.M. era anche un acrostico: Visita Interiora Terrae Rectificandoque Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam. Visita l’interno della terra, e depurando troverai la pietra occulta, la vera medicina.