Franz Kafka, Lettera al padre (7)

metafisica-potere

Nutrivi una particolare fiducia nell’educazione per mezzo dell’ironia, che rifletteva al meglio la tua superiorità nei miei confronti. Una tua esortazione era solitamente formulata così: “Non potresti fare così e cosà?”, “Questo è certamente troppo per te? “, “Naturalmente non hai tempo per farlo?” e simili. Ognuna di queste domande era accompagnata da risolini cattivi e facce cattive. In certo qual modo si era puniti prima ancora di sapere che si era fatto qualcosa di male. Eccitanti erano anche quelle correzioni in cui si parlava di noi in terza persona, poiché non eravamo degni neppure di essere interpellati malamente, come quando formalmente parlavi alla mamma seduta accanto a me ma in realtà ti rivolgevi a me, dicendo ad esempio: “Naturalmente dal signor figlio non si può pretendere una cosa del genere”, e simili. (Il contraltare di questa faccenda era costituito dal fatto che io non osavo, e in seguito per abitudine non pensai neppure più, a interrogarti direttamente quando era presente la mamma. Per il bimbo era molto meno pericoloso rivolgersi alla mamma seduta accanto a te e chiederle: “Come sta papà?”, tenendosi al riparo da eventuali sorprese.) C’erano naturalmente anche casi in cui si approvava anche l’ironia più malvagia, cioè quando riguardava un altro, ad esempio Elli, con cui ce l’ho avuta per anni. Era per me una festa della cattiveria, del piacere per il male altrui, quando quasi a ogni pasto di lei si diceva: “A dieci metri dal tavolo deve stare seduta, quella grassona”; e quando poi con aria malvagia cercavi di imitarla sulla tua sedia, senza la benché minima traccia di gentilezza o benevolenza, ma esageratamente, quale acerrimo nemico, per significare che trovavi il suo modo di stare seduta estremamente ripugnante. Quante volte questa e simili scene hanno dovuto ripetersi, quanto poco in effetti hai ottenuto con esse. Io credo che fosse dovuto al fatto che il dispendio di collera e cattiveria sembrava sproporzionato rispetto alla cosa, non si aveva la sensazione che la collera fosse stata provocata dalla sciocchezza dello star seduti lontano dal tavolo, ma che fosse stata presente sin dall’inizio in tutta la sua intensità e che solo casualmente questa cosa ne fosse divenuta il motivo scatenante. Poiché si era convinti che un motivo si sarebbe comunque trovato, non si facevano poi troppi sforzi e si diventava un po’ insensibili alla continua minaccia; del fatto che non saremmo stati picchiati, a poco a poco fummo sicuri. Divenni un bimbo scontroso, disattento, disobbediente, sempre intento a fuggire, perlopiù dentro di me. Così soffrivi tu e soffrivamo noi. Dal tuo punto di vista avevi completamente ragione quando, a denti stretti e con quel riso gorgogliante in base al quale il bimbo si era fatto la prima idea dell’inferno, eri solito ripetere amaramente (come ultimamente per via di quella lettera da Costantinopoli): “Ma che compagnia!”.
Del tutto incompatibile con questo atteggiamento nei confronti dei tuoi figli pareva essere quando, cosa che accadeva piuttosto spesso, te ne lagnavi apertamente. Ammetto che da bimbo (ma senz’altro più tardi) non ne avevo cognizione e non capivo come potessi attenderti di trovare compassione. Eri così gigantesco, da ogni punto di vista: cosa poteva importartene della nostra compassione o semplicemente del nostro aiuto? In realtà dovevi disprezzarli, come disprezzavi noi. Di conseguenza non credevo alle tue lagnanze e cercavo dietro di loro qualche intenzione nascosta. Solo più tardi compresi che soffrivi davvero molto per via dei tuoi figli; ma anche allora, se le lagnanze che–in circostanze diverse–avrebbero potuto trovare una sensibilità infantile, aperta, spensierata, pronta a venirti incontro, di nuovo per me dovevano essere soltanto strumenti manifesti di educazione e umiliazione e, in quanto tali, di per sé non particolarmente forti, ma col dannoso effetto collaterale di abituare il bimbo a non prendere molto sul serio cose che invece avrebbero dovuto esserlo.
Fortunatamente c’erano anche eccezioni, soprattutto quando tu soffrivi in silenzio e amore e bontà, con la loro forza, superavano ogni ostacolo e ti afferravano direttamente. Era raro, purtroppo, ma meraviglioso. Ad esempio quando, nelle estati più calde, subito dopo pranzo ti vedevo addormentarti in negozio, col gomito sullo scrittoio; o quando la Domenica, affaticato, venivi a goderti con noi la frescura estiva; o quando in occasione di una grave malattia della mamma ti reggevi tremante di pianto alla libreria; o quando durante la mia ultima malattia ti sei avvicinato pian piano a me, nella camera di Ottla, sei rimasto sulla soglia allungando soltanto il collo per vedermi nel letto, e per riguardo ti sei limitato a salutarmi con la mano. In tali occasioni ci si coricava e si piangeva per la felicità, e si piange anche ora che si scrive.

(7 – continua)