Franz Kafka, Lettera al padre (9)

Hopper-Sunday-1926

Con riferimento a queste esperienze, amavi dire, scherzando amaramente, che le cose ci andavano troppo bene. Ma non era uno scherzo, in un certo senso. Quello che tu dovesti conquistare lottando, noi l’abbiamo ricevuto dalla tua mano, ma la battaglia per la vita di fuori, che tu potesti affrontare immediatamente e che naturalmente non è stata risparmiata neppure a noi, noi abbiamo dovuto combatterla solo più tardi, con una forza rimasta infantile in età matura. Non dico che la nostra situazione sia stata per questo assolutamente più sfavorevole della tua, semmai le è probabilmente pari (per quanto tuttavia i fondamenti non siano paragonabili), ma noi siamo svantaggiati dal fatto che non possiamo vantarci della nostra miseria e umiliare il prossimo con essa, come tu hai fatto con la tua. Non nego neppure che sarebbe stato possibile da parte mia godere davvero i frutti del tuo lavoro, grande e benedetto dal successo, apprezzarli e moltiplicarli con tua soddisfazione, ma a ciò si contrapponeva la nostra grande distanza. Io potevo usufruire di quanto mi davi, ma solo con un senso di vergogna, stanchezza, debolezza, colpa. Per questo potevo esserti grato, per tutto, solo come un mendicante, e non con l’azione.
Il successivo risultato esteriore di tutta questa educazione è stato il fatto che io fuggivo tutto quello che ti ricordava anche solo lontanamente. In primo luogo il negozio. Di per sé, soprattutto durante la mia infanzia, finché rimase una bottega che dava sulla strada, avrebbe dovuto piacermi molto, era così pieno di vita, illuminato la sera, vi si vedevano e sentivano tante cose, si poteva dare una mano qua e là, farsi notare e soprattutto ammirare te e il tuo grandioso talento commerciale, come vendevi, trattavi la gente, dicevi battute, eri instancabile; nei casi dubbi prendevi subito la decisione giusta, e così via; e anche il modo in cui confezionavi i pacchetti o aprivi una cassa era uno spettacolo degno di essere veduto e il tutto, nel complesso, non era certo la peggiore scuola per l’infanzia. Ma poiché gradualmente prendesti ad atterrirmi in tutti i sensi e, nella mia immaginazione, a coincidere con il negozio, anch’esso mi divenne sgradito. Cose che in un primo momento mi erano sembrate naturali adesso mi tormentavano e mi umiliavano, in particolare il tuo modo di trattare il personale.
Non lo so, forse nella maggior parte dei negozi era così (alle Assicurazioni Generali, ad esempio, le cose ai miei tempi erano davvero simili e io dichiarai al direttore, non del tutto veridicamente, ma neppure mentendo del tutto, che non tolleravo quel continuo imprecare, peraltro mai diretto a me; avevo infatti sviluppato una dolorosa sensibilità in proposito già nell’ambiente familiare), ma degli altri negozi durante l’infanzia non mi occupavo. Sentivo te, però, e ti vedevo urlare, imprecare e imperversare in negozio, come secondo la mia opinione di allora non accadeva in nessuna altra parte del mondo. E non soltanto imprecare, ma esercitare una tirannia gratuita. Ad esempio, con uno spintone scaraventavi giù dallo scrittoio merci che non volevi fossero scambiate con altre– solo la sconsideratezza della tua collera ti scusava un poco–e il commesso doveva raccattarle. O l’espressione che adoperavi costantemente a proposito di un commesso tubercolotico: “Deve crepare, quel cane ammalato”. Chiamavi gli impiegati “nemici prezzolati”, e lo erano anche, ma prima ancora che lo fossero divenuti pareva che tu fossi il loro “nemico pagante”. Là ricevetti il grande insegnamento che tu potevi anche essere ingiusto; su di me non lo avrei notato subito, perché si era accumulato troppo senso di colpa, che ti dava ragione; ma là c’erano persone estranee, secondo la mia opinione di allora, che in seguito naturalmente si modificò un po’, ma non troppo: persone che pure lavoravano per noi e quindi dovevano vivere in una costante paura di te. Naturalmente esageravo, e questo perché supponevo senz’altro che tu esercitassi sugli altri lo stesso terribile effetto che avevi su di me. Se le cose fossero state così, in realtà costoro non avrebbero potuto vivere; ma poiché erano adulti con i nervi perfettamente a posto, si scrollavano di dosso le tue imprecazioni senza sforzo, e forse queste danneggiavano più te che loro. A me però resero il negozio insopportabile, mi ricordavano troppo il mio rapporto con te: a prescindere completamente dall’interesse imprenditoriale e dalla tua brama di imperio già come uomo d’affari, tu eri così superiore a tutti i tuoi apprendisti che nessuna delle loro prestazioni poteva soddisfarti; analogamente, dovevi essere eternamente insoddisfatto anche di me. Perciò io stavo necessariamente dalla parte del personale, tra l’altro anche perché per pavidità non comprendevo come si potesse insultare così un estraneo, e sempre per pavidità volevo riconciliare con la nostra famiglia, in virtù della mia personale sicurezza, quel personale che immaginavo terribilmente irritato. A ciò non bastava più un comportamento normale e decoroso nei loro confronti, e neppure un comportamento modesto; dovevo anzi essere umile, non solo salutare per primo ma anche, se possibile, schermirmi durante la risposta. E se anche io, personaggio insignificante, avessi leccato sotto i loro piedi, ciò non avrebbe mai compensato il modo in cui tu, il padrone, davi loro addosso. Il rapporto che io instaurai qui col mio prossimo andò ben al di là del negozio, influenzando anche il futuro (qualcosa del genere, anche se non così pericoloso e profondo come per me, si può riscontrare ad esempio nel fatto che Ottla predilige avere contatti con i poveri e, cosa che ti fa tanto infuriare, trascorre gran parte del suo tempo con servette e simili). Giunsi infine ad avere quasi paura del negozio, e ad ogni modo nonera già più cosa mia quando arrivai al ginnasio e ne fui quindi ancora più allontanato. Per le mie capacità mi sembrava proibitivo anche il fatto che, come dicevi, tu avessi bisogno dei tuoi familiari. Cercasti poi (per me questo è toccante e umiliante ancor oggi) di trarre qualcosa di gratificante dalla mia avversione, che tanto ti addolorava, per il negozio e per la tua opera, affermando che mi mancava il senso degli affari, che in testa avevo idee più elevate e simili. La mamma naturalmente fu contenta della spiegazione che avevi estorto a te stesso, e anch’io me ne lasciai influenzare, nella mia vanità e nella mia pena. Se però fossero state davvero le “idee più elevate” a distogliermi dal negozio (che adesso, ma soltanto adesso, odio sinceramente ed effettivamente), queste avrebbero dovuto manifestarsi in altro modo, invece che lasciarmi sguazzare tranquillamente e pavidamente al ginnasio e alla facoltà di legge e farmi poi approdare definitivamente al mio tavolo di impiegato.

(9 – continua)