Franz Kafka, Lettera al padre (11)

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Di Ottla quasi non oso scrivere: so che così metto in gioco l’effetto che spero di ottenere con questa lettera. In circostanze normali, a meno che quindi non si presenti in una situazione di bisogno o di pericolo, tu provi per lei soltanto odio; tu stesso mi hai confessato che secondo te essa continua a suscitare intenzionalmente il tuo dolore e la tua collera, e mentre tu soffri a causa tua lei ne è soddisfatta e compiaciuta. Una specie di demonio. Che enorme straniamento, ancora più grande di quello fra te e me, deve essere sopraggiunto fra voi perché potesse nascere una simile incomprensione. E così lontana da te, che non la vedi più, ma collochi un fantasma al posto dove supponi che sia. Ammetto che con lei hai avuto una vita particolarmente dura. Non voglio ripercorrere tutto questo caso complicato, ma qui c’era una sorta di Lowy con le migliori armi kafkiane. Tra me e te non c’è mai stata vera battaglia; di me ti sbarazzasti alla svelta e quel che rimase era fuga, amarezza, lutto, lotta interiore. Voi due invece eravate sempre pronti a battervi, sempre freschi, sempre in forze. Una vista grandiosa quanto sconfortante. In un primissimo momento eravate certamente molto vicini, perché ancor oggi, di noi quattro, Ottla è forse la più pura rappresentazione del matrimonio fra te e la mamma e delle forze che vi si sono legate. Io non so che cosa vi abbia privato della felicità della concordia tra padre e figlio, mi viene naturale pensare che l’evoluzione sia stata simile a quella del tuo rapporto con me. Da parte tua la tirannia del tuo essere, da parte sua la caparbietà, la sensibilità, il senso della giustizia, l’inquietudine tipica dei Lowy, rafforzati dalla coscienza dell’energìa kafkiana. Certamente l’ho influenzata anch’io, ma non perché volessi farlo, semplicemente per il solo fatto di esistere. Inoltre si è ritrovata per ultima in rapporti di forza già definiti e ha potuto formarsi da sola il suo giudizio, dal molto materiale a sua disposizione. Posso persino immaginare che dentro di sé abbia dubitato a lungo se dovesse gettarsi al tuo petto o a quello dei tuoi avversari, evidentemente allora ti sei fatto sfuggire l’occasione, e l’hai respinta, ma sareste divenuti, se solo fosse stato possibile, un magnifico esempio di armonia. Certo, io avrei perduto un alleato, ma la vista di voi due mi avrebbe largamente indennizzato e tu stesso saresti stato molto trasformato a mio favore dall’immensa felicità di trovare soddisfazione almeno in uno dei tuoi figli. Tutto questo oggi, tuttavia, è soltanto un sogno. Ottla non ha legami col padre, deve cercare da sola la sua strada, come me, e quel plus di sicurezza, fiducia, salute e spensieratezza che ha rispetto a me la rende ai tuoi occhi ancora più malvagia e traditrice di me. Lo capisco: dal tuo punto di vista non può essere altrimenti.
Sì, lei stessa è in grado di guardarsi con i tuoi occhi, di sentire il tuo dolore ed esserne — se non disperata, la disperazione è una cosa mia — comunque molto triste. E vero che tu ci vedi, in apparente contraddizione con quanto detto, spesso insieme: bisbigliamo, ridiamo, ogni tanto senti che ti rammentiamo. Ti facciamo l’impressione di malvagi cospiratori. Tu sei certamente uno degli argomenti principali della nostra conversazione, da sempre, ma non è perché vogliamo escogitare qualcosa contro di te che stiamo assieme, bensì per analizzare assieme con ogni sforzo, con divertimento, con serietà, con amore, ostinazione, rabbia, contrarietà, dedizione, senso di colpa, con tutte le energie della testa e del cuore questo terribile processo che aleggia tra noi e te, in tutti i suoi particolari, da tutti i lati, con ogni motivazione, da lontano e da vicino; questo processo in cui tu hai sempre affermato di essere giudice mentre, almeno in massima parte (qui lascio la porta aperta a ogni errore in cui naturalmente posso incorrere), sei solo una delle parti, debole e abbagliato come noi.

(11 – continua)