Franz Kafka, Lettera al padre (12)

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Un esempio istruttivo nel contesto della tua azione educativa è quello di Irma. Era un’estranea, è giunta nel tuo negozio già adulta e per lei eri esclusivamente il principale: è stata quindi esposta alla tua influenza solo in parte e a un’età in cui si è già capaci di opporre resistenza; d’altro canto però era anche una consanguinea, venerava in te il fratello di suo padre, e tu avevi su di lei un potere che andava ben al di là di quello del capo. E tuttavia per te lei, che nel suo corpo deboluccio era così solerte, astuta, diligente, modesta, degna di fiducia, disinteressata, fedele, che ti amava come zio e ti ammirava come principale, che in altri posti si è fatta apprezzare, prima e dopo, per te non è stata una buona impiegata. Nei tuoi confronti, naturalmente spinta anche da noi, ha avuto un atteggiamento simile a quello dei tuoi figli; e così grande era il potere che la tua essenza dominatrice esercitava anche su di lei che Irma sviluppò (tuttavia soltanto nei tuoi confronti e, c’è da sperarlo, senza la profonda sofferenza dei bimbi) smemoratezza, trascuratezza, amaro umorismo e persino una certa caparbietà, senza tener conto del fatto che era malaticcia e, a parte questo, non molto felice, perché su di lei gravava una situazione familiare avvilente. Gli elementi per me più significativi del tuo rapporto con lei li hai riassunti tu stesso in una frase per noi divenuta classica, quasi blasfema, che però dimostra quanto fosse innocente il modo in cui trattavi il prossimo: “Quella benedetta ragazza mi ha lasciato tante porcherie!”.
Potrei descrivere altre sfere della tua influenza e della lotta contro di essa, ma giungerei nel campo dell’incerto e dovrei ricostruirne i particolari; inoltre tu, quanto più ti allontani dal negozio e dalla famiglia, ti fai da sempre più gentile, arrendevole, cortese, rispettoso, interessato (intendo anche in apparenza), allo stesso modo in cui per esempio anche un autocrate, se si trova al di fuori dei confini del suo paese, non ha motivo di continuare a essere tirannico e può mostrarsi benevolo anche davanti alla gente più umile.
Infatti, per esempio, nelle foto di gruppo di Franzensbad ti ergi sempre così alto e allegro tra quegli esseri bassi e imbronciati, come un re in viaggio. Anche i tuoi figli tuttavia avrebbero potuto trarne qualche vantaggio, se solo fossero stati capaci, cosa questa impossibile, di rendersene conto quand’erano piccoli, e io ad esempio non avrei dovuto costantemente dimorare, per così dire, nell’anello più interno della tua influenza, quello più severo e stringente, come invece in realtà ho fatto.
In questo modo non solo ho perduto il senso della famiglia, come dici tu: al contrario, semmai continuavo ad averlo, il senso della famiglia, per quanto soprattutto negativo a causa del distacco interiore da te (cui naturalmente non si poteva porre fine). Ma se possibile, i rapporti con le persone esterne alla famiglia subivano ancora di più la tua influenza. Sei assolutamente in errore se credi che per gli altri io faccia tutto, per amore e fedeltà, e niente per te e la famiglia, per freddezza e tradimento. Lo ripeto per la decima volta: probabilmente sarei divenuto comunque un essere timido e pavido, ma da questo a quello dove sono veramente giunto c’è ancora una strada lunga e buia.
(Sinora in questa lettera ho taciuto, intenzionalmente, relativamente poco, ora e in seguito dovrò però tacere qualcosa di quanto mi è ancora difficile ammettere, a te e a me stesso. Lo dico perché, se il quadro complessivo in qualche punto dovesse farsi un po’ incerto, tu non abbia a pensare che ciò sia dovuto alla mancanza di prove; ci sono semmai una serie di prove che potrebbero renderlo intollerabile e incredibile. Non è facile trovare una via di mezzo.) In questa sede è comunque sufficiente ricordare qualcosa di precedente: di fronte a te avevo perduto ogni fiducia in me stesso e conseguito in cambio uno sconfinato senso di colpa. (In memoria di questa sconfinatezza, una volta ho giustamente scritto di qualcuno: “Teme che la vergogna possa sopravvivere anche a lui”.) Non potevo trasformarmi all’improvviso, quando avevo contatti con altre persone, anzi davanti a loro mi ritrovavo con un senso di colpa ancora più profondo, perché, come ho già detto, dovevo porre rimedio a quello che tu, con la mia corresponsabilità, avevi combinato loro in negozio. Inoltre tu avevi da sollevare obiezioni, apertamente o di nascosto, contro chiunque avesse rapporti con me; anche di questo dovevo fare ammenda. La sfiducia che tu cercavi di instillarmi contro la maggior parte degli uomini, in negozio e in famiglia (dimmi una sola persona in qualche modo importante per la mia infanzia che tu non abbia larvatamente criticato), e che sorprendentemente non ti opprimeva più di tanto (tu eri abbastanza forte da sopportarla e inoltre, in realtà, essa era forse soltanto l’emblema del padrone); questa sfiducia, dicevo, che non trovava mai conferma ai miei occhi di bambino, perché vedevo dappertutto soltanto persone irraggiungibilmente eccelse, si trasformò dentro di me in sfiducia in me stesso e in duratura paura di tutti gli altri. Là certo non potevo, generalmente parlando, salvarmi da te. Il fatto che tu ti ingannassi in proposito dipendeva forse dal fatto che tu non sapevi proprio niente dei miei rapporti umani e supponevi, diffidente e geloso (nego forse che tu mi voglia bene?), che io cercassi altrove un indennizzo per la vita familiare che mi mancava, poiché ti pareva impossibile che vivessi allo stesso modo anche fuori. Del resto da questo punto di vista trovai proprio nella mia infanzia un certo conforto, proprio per sfiducia nel mio giudizio; mi dicevo: “Tu esageri; avverti troppo come eccezioni quelle che in realtà sono inezie, cosa assai comune in gioventù”. In seguito però, man mano che conoscevo il mondo, ho quasi completamente perduto questo conforto.

(12 – continua)