Franz Kafka, Lettera al padre (13)

torah

Altrettanto poco mi sono salvato da te nell’ebraismo. Qui sì che la salvezza di per sé sarebbe stata pensabile, ma ancor più sarebbe stato pensabile che nell’ebraismo noi due ci ritrovassimo o che addirittura esso costituisse il nostro comune punto di partenza.
Ma quale mai fu l’ebraismo che mi trasmettesti! Nel corso degli anni mi sono posto in tre modi diversi nei confronti dell’ebraismo.
Da bambino, d’accordo con te, mi rimproveravo perché non andavo abbastanza al tempio, non digiunavo e così via. Non credevo di fare un’ingiustizia a te, ma a me, ed ero lancinato dai complessi di colpa, sempre in agguato.
Più tardi, ormai giovanotto, non capivo come con quel niente di ebraismo di cui disponevi potessi rimproverarmi perché non mi sforzavo (anche solo per pietà, per usare la tua espressione) di mettere in pratica un simile niente. Ed era davvero, per quanto potevo giudicare io, un niente, un gioco, nient’altro che un gioco. Andavi al tempio quattro giorni all’anno, e là eri come minimo più vicino agli indifferenti che a coloro che prendevano la cosa sul serio; recitavi pazientemente le preghiere, come si sbriga una formalità, e talvolta mi gettavi nel più profondo stupore perché riuscivi a mostrarmi nel libro il versetto che si stava recitando; e per il resto io, le poche volte (è questa la cosa più importante) che ero al tempio, potevo girellare come volevo. Ho trascorso tutte quelle ore sbadigliando e sonnecchiando (in seguito penso di essermi annoiato altrettanto solo durante le lezioni di ballo) e cercavo di godermi al massimo quelle poche variazioni che c’erano, come quando veniva aperta l’arca dell’alleanza, cosa questa che mi ricordava sempre il tirassegno dove, se si colpiva una casella nera, si apriva una porticina, solo che da là usciva sempre qualcosa di interessante e qui sempre e soltanto quei vecchi manichini senza testa. Ho anche provato molta paura, laggiù, e non solo, come sarebbe ovvio, della molta gente cui ci si trovava vicini, ma anche perché una volta mi dicesti, di sfuggita, che avrebbero anche potuto chiamarmi alla Torà. Questo pensiero mi ha fatto tremare per anni. Per il resto però niente venne a turbare sostanzialmente la mia noia, al massimo ci fu il Barmizvà, che però richiedeva soltanto un ridicolo esercizio di memoria, con un esame altrettanto ridicolo, e poi, per quel che ti riguarda, piccoli eventi poco significativi, come quando tu fosti chiamato alla Torà e superasti bene questa prova, a mio avviso esclusivamente sociale, o quando il giorno in memoria delle anime. tu rimanesti nel tempio e io ne fui cacciato, la qual cosa per lungo tempo, evidentemente a causa della mia espulsione e della mancanza di qualsiasi partecipazione più profonda, provocò in me la quasi inconsapevole sensazione che si trattasse di qualcosa di indecente. Se le cose stavano così al tempio, a casa erano–se possibile–ancora più misere, e si limitavano alla prima sera di Seder, sempre più una commedia che faceva venire i crampi dal gran ridere, senz’altro per l’influenza dei figli che crescevano. (Perché dovevi sottostare a tale influenza? Perché eri stato tu a provocarla.) Questa era dunque la fede che mi fu trasmessa; a ciò si aggiungeva al massimo la mano tesa che indicava “i figli del milionario Fuchs” i quali, in occasione delle feste solenni, si recavano al tempio col padre. Come con questo materiale si potesse fare qualcosa di meglio che liberarsene il più rapidamente possibile, non lo capivo; proprio questo liberarsene mi sembrava l’azione più improntata alla pietà.
In seguito, però, vidi le cose ancora in un’altra luce e compresi perché tu potessi credere che anche sotto questo aspetto io ti tradissi malvagiamente. Dal tuo villaggio simile a un ghetto tu avevi davvero riportato un po’ di ebraismo: non era molto e si perdette un po’ in città e durante il servizio militare, eppure le impressioni e i ricordi della gioventù bastavano, per quanto scarsi, a un certo tipo di vita ebraica, in particolare perché tu non avevi bisogno di particolare aiuto in quel senso, ma eri di stirpe molto vigorosa e la tua persona non poteva essere scossa da riflessioni religiose, se non si mescolavano a riflessioni sociali. In fondo la fede che guidava la tua vita era la fede nell’assoluta giustezza delle opinioni di una determinata classe sociale ebraica e, poiché queste opinioni facevano parte del tuo essere, era anche la fede in te stesso. E anche in questo c’era abbastanza ebraismo, ma era troppo poco per trasmetterlo a tuo figlio e, mentre tentavi di farlo, ne andò perduta ogni singola goccia. In parte erano incomunicabili impressioni di gioventù, in parte il tuo essere temuto. Era anche impossibile far capire a un bimbo, il quale per pavidità osservava con grande acutezza, che quelle nullità che tu in nome dell’ebraismo eseguivi con un’indifferenza proporzionata alla loro nullità potessero avere un senso più elevato. Per te avevano senso come piccoli ricordi del passato, e per questo volevi trasmettermele; ma potevi farlo, giacché anche per te non avevano più un valore autonomo, solo con la persuasione o le minacce; questo da un lato non poteva riuscire e dall’altro, poiché tu non riconoscevi affatto la tua debolezza in questo campo, era per te fonte di grande irritazione nei miei confronti, a causa della mia apparente testardaggine.

(13 – continua)