Franz Kafka, Lettera al padre (16)

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In queste circostanze ho avuto quindi la libertà di scegliermi la professione. Ma ero ancora capace di far davvero uso di una tale libertà? Confidavo davvero di riuscire a raggiungere una vera professione? La mia autostima dipendeva da te più che da qualsiasi altra cosa, ad esempio da un successo esteriore. Quello era il ristoro di un istante, nient’altro, ma dall’altra parte il tuo peso mi trascinava sempre più violentemente verso il basso. Non sarei mai andato al di là della prima elementare, pensavo; eppure ci riuscii, e mi dettero persino un premio; ma certamente non avrei superato l’esame di ammissione al ginnasio; eppure ci riuscii; ma adesso naturalmente all’esame di ammissione al ginnasio mi bocceranno; no, non fui bocciato, e continuai a riuscire. Ma questo non mi dette fiducia alcuna, anzi, fui sempre convinto–e ne avevo la prova formale nel tuo atteggiamento sprezzante– che tanto più riuscivo tanto peggio sarebbe finita.
Spesso vedevo, nella mia mente, il terribile collegio dei professori (il ginnasio è soltanto l’esempio più unitario, ma dappertutto intorno a me le cose erano analoghe) che, quando ebbi superato la prima, e quindi in seconda, e poi quando ebbi superato anche questa in terza e così via, si sarebbero radunati per indagare su questo caso singolarissimo, che gridava vendetta: ovvero sul fatto che io, il più incapace e comunque il più insipiente, fossi riuscito a infiltrarmi fino in questa classe che, essendo l’attenzione di tutti rivolta a me, mi avrebbe naturalmente vomitato fuori, tra il giubilo di tutti i giusti liberati da questo incubo. Per un bimbo non è certo facile vivere con queste idee. Che cosa me ne importava, in queste circostanze, della lezione? Chi era in grado di strapparmi una scintilla di partecipazione? La lezione–e non soltanto la lezione, ma tutto quello che mi circondava, in questa età decisiva–mi interessava come può interessare la quotidiana routine di banca, che in qualità di impiegato debba continuare a svolgere, a un dipendente che si sia macchiato di furto e tremi all’idea di essere scoperto. Era tutto così piccolo e lontano, accanto alla cosa principale. Si arrivò così alla maturità, che in parte superai davvero con l’imbroglio, e poi basta, adesso ero libero. Se già nonostante la coercizione del ginnasio mi ero curato solo di me stesso, a maggior ragione adesso che ero libero. Intanto una vera libertà nella scelta della professione per me non si dava, lo sapevo: rispetto alla cosa principale mi era tutto indifferente, come le materie insegnate al ginnasio; si trattava quindi di trovare una professione che, senza ferire troppo la mia vanità, permettesse questa indifferenza con la massima onestà possibile. Era quindi ovvio che mi iscrivessi a giurisprudenza. Piccoli tentativi in senso contrario, frutto di vanità e di insensata speranza, come quattordici giorni alla facoltà di chimica e un semestre in quella di tedesco, si limitarono a rafforzare questa convinzione di fondo.
Studiai così giurisprudenza. Questo significò che un paio di mesi prima degli esami, con grande coinvolgimento dei miei nervi, la mia mente si nutriva letteralmente della segatura che per giunta mi era già stata premasticata da migliaia di bocche. Ma in un certo senso mi piaceva, come, volendo, il ginnasio prima e il lavoro d’ufficio poi, perché tutto questo corrispondeva perfettamente alla mia situazione. A ogni modo dimostrai qui una preveggenza stupefacente: già da bimbetto avevo idee abbastanza chiare sugli studi e sulla professione. Da qui non mi aspettavo salvezza alcuna, avevo rinunciato già da tempo.
Non avevo però idee di sorta sul significato e sulla possibilità, per me, di un matrimonio; questo che sinora è stato il più grosso sgomento della mia vita si è abbattuto su di me in modo quasi inaspettato. Il bimbo si era evoluto così lentamente e queste cose, esteriormente, gli erano anche troppo lontane; ogni tanto gli si presentò la necessità di pensarci; ma non si poteva certo affermare che questi momenti lo avessero preparato a una prova duratura, decisiva e addirittura esasperata. In realtà però i tentativi di matrimonio divennero il più grandioso e speranzoso tentativo di salvezza, e altrettanto grandioso fu poi, di conseguenza, anche il loro fallimento.
Temevo, poiché in questo campo niente mi riesce, di non riuscire neppure a farti comprendere questi tentativi. E tuttavia da questo dipende il successo di tutta la lettera, perché in questi tentativi erano raccolte tutte le forze positive di cui io disponevo e, d’altra parte, vi si raccoglievano anche, e con furore, tutte le forze negative che ho descritto quale risultato collaterale della tua educazione, quindi la debolezza, la mancanza di fiducia in me stesso, il senso di colpa, che letteralmente costituivano un cordone teso tra me e il matrimonio. La spiegazione mi riuscirà difficile, anche perché vi ho riflettuto e rimuginato per tanti giorni e tante notti che anche a me si confondono già le idee. Mi sarà però facilitata, la spiegazione, da quello che immagino sia il tuo completo fraintendimento della faccenda; migliorare un po’ un fraintendimento così totale non mi sembra eccessivamente difficile.

(16 – continua)