Oblomoviana I

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Anni fa, su invito di alcuni amici, cominciai a leggere Oblomov di Ivan Gončarov. Trovai subito questo capolavoro ottocentesco così bello, così completo, così attuale che non riuscii a concluderne la lettura. Perché l’effetto che mi fanno certi libri è questo: danno e promettono un tale piacere che è peccato consumarlo subito, così finisco per tenermeli accanto molto a lungo e gustarli pezzo per pezzo, lentamente, anche per anni.

Entrò un uomo di età indeterminata, dalla fisionomia indeterminata, in quel periodo in cui appunto è difficile indovinare gli anni; né bello né brutto, né alto né basso, né biondo né bruno. La natura non gli aveva dato nessun tratto deciso, rilevante, né in bene né in male. Molti lo chiamavano Ivàn Ivànovic, altri Ivàn Vasílevic, altri ancora Ivàn Michajlyc.
Anche il suo cognome veniva indicato in modo diverso: alcuni dicevano che era Ivanov, altri lo chiamavano Vasil’ev o Andreev, altri ancora credevano si chiamasse Alekseev. Un estraneo che lo avesse veduto per la prima volta e ne avesse sentito il cognome, avrebbe subito dimenticato il cognome e il viso, e anche quel ch’egli avesse detto. La sua presenza non dava nulla alla società, a quel modo che la sua assenza non le toglieva nulla. Il suo spirito non aveva né acutezza né originalità né altre particolarità, così come non aveva particolarità il suo corpo.
Forse avrebbe saputo almeno raccontare quel che avesse visto e sentito, e intrattenere così gli altri, ma egli non andava in nessun posto: era nato a Pietroburgo e di lì non s’era mai mosso; per conseguenza vedeva e sentiva quel che sapevano anche gli altri.
È simpatico un tale uomo? Ama, odia, soffre? A quanto pare, dovrebbe amare e non amare, e soffrire, perché nessuno ne va esente. Ma, chissà come, egli sa fare in modo di amar tutti. Ci sono degli uomini nei quali, qualunque cosa si faccia, non si riesce a suscitare nessuno spirito d’inimicizia, nessun desiderio di vendetta, ecc. Qualunque cosa si faccia loro, carezzano sempre. Del resto, bisogna essere giusti: anche il loro amore, se si divide per gradi, non arriva mai al calore. Sebbene di essi si dica che amano tutti e perciò sono buoni, in sostanza non amano nessuno e sono buoni solo perché non sono cattivi.
[…]
All’ufficio non ha nessuna speciale occupazione fissa perché né i colleghi né i superiori hanno mai potuto constatare che cosa egli faccia meglio e cosa peggio, in modo da stabilire quali sono le sue vere attitudini. Se gli si dà da fare questo o quello, fa tutto in modo che il superiore si trovi sempre in imbarazzo nel giudicare il suo lavoro; guarda, guarda, legge, legge e dice soltanto: «Lasciate, guarderò poi… sì, è quasi come deve essere».
Non sorprendi mai sul suo volto le tracce della preoccupazione, del sogno, qualche cosa che mostri che egli parla in quel momento con se stesso, e così pure non vedi mai un suo sguardo scrutatore rivolgersi a qualche oggetto esteriore, che egli voglia conoscere. […]
È difficile che qualcuno abbia notato la sua venuta al mondo, oltre la madre, pochissimi lo notano nel corso  della sua vita, e nessuno certo noterà la sua scomparsa; nessuno domanderà di lui, nessuno lo rimpiangerà e nessuno si rallegrerà della sua morte. Egli non ha né nemici né amici, solo innumerevoli conoscenti. Forse soltanto i funerali attireranno l’attenzione del passante che darà per la prima volta a questa persona indefinita un segno d’onore con un profondo inchino; e forse anche un curioso correrà a domandare il nome del defunto e subito lo dimenticherà.

Ivan Gončarov, Oblomov, I – 2