Oblomoviana II

Anche Gončarov, nel 1858, col libro ancora in bozze, metteva le mani avanti. Come scrisse al fratello: «Se qualcuno s’interessasse alla mia nuova opera, consiglialo di non leggere la prima parte: è stata scritta nel 1849 ed è fiacca, smorta: non è all’altezza delle altre due, scritte nel 1857 e nel ’58, ossia quest’anno. Nel 1849 non avevo chiaro in mente l’intero progetto del romanzo, e per giunta  non possedevo la maturità di oggi».

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Entrò un uomo sui quarant’anni, che apparteneva di certo a una razza solida: alto, largo di spalle e grosso in tutto il corpo, coi tratti del volto spiccati, una grossa testa, un collo forte e corto, occhi grandi e sporgenti e labbra turgide. Un rapido sguardo gettato su di lui suscitava subito l’idea di qualcosa di grossolano e di sciatto. Si vedeva che non andava a caccia di abiti eleganti. E non sempre lo si vedeva rasato. Ma di ciò evidentemente non gl’importava: il vestito non lo metteva in imbarazzo, egli lo portava anzi con una certa cinica dignità.
Era questi Michéj Andréevič Tarant’ev, compaesano di Oblomov.
Tarant’ev guardava tutto con occhio cupo, con un mezzo disprezzo, con una chiara avversione per ciò che lo circondava, pronto a prendersela con tutto e tutti sulla faccia della terra, come fosse offeso da chissà quale ingiustizia o non apprezzato per chissà quale suo merito; insomma, si comportava come un uomo forte perseguitato dal destino, che vi si sottometta malvolentieri ma con fierezza.
Aveva gesti ampi e decisi; parlava forte, animatamente e quasi sempre irritato; a sentirlo da una certa distanza, sembrava che tre carri vuoti passassero su un ponte. Non si lasciava intimidire da nessuno, aveva sempre la risposta pronta e in generale usava modi rozzi con tutti, non esclusi gli amici, come volesse far intendere che, se parlava con qualcuno, perfino se pranzava o cenava a casa sua, gli faceva un grande onore.
Tarant’ev era un tipo sveglio e furbo; nessuno meglio di lui sapeva valutare un qualsiasi problema della vita quotidiana o una intricata vicenda giuridica: egli costruiva subito una teoria sul come agire in questo o quel caso e con molta perspicacia ne dava la dimostrazione, ma quasi sempre concludeva insolentendo la persona che si era rivolta a lui per consiglio.
Intanto però era sempre scrivano di cancelleria, un’attività che svolgeva da venticinque anni e nella quale aveva fatto i capelli bianchi. Né a lui né a nessun altro era mai venuto in mente che potesse far carriera.
Il fatto è che Tarant’ev era maestro solo nel parlare; a parole, risolveva tutto in maniera semplice e chiara, soprattutto per quanto riguardava gli altri; ma non appena bisognava alzare un dito, muoversi dal proprio posto, insomma, mettere in atto la teoria enunciata e darle pratica attuazione, dimostrare abilità, rapidità… egli diventava tutt’altro uomo: allora non ce la faceva, d’improvviso tutto gli appariva troppo pesante, lo faceva star male; quando poi c’era un caso imbarazzante di cui non voleva occuparsi, se invece se ne occupava, apriti cielo. Un vero bambino: qui non bada a una cosa, là ignora qualche inezia, là ancora arriva in ritardo e finisce che pianta tutto a metà, o comincia dalla fine e guasta tutto in modo irreparabile, e per di più si mette a inveire.

Ivan Gončarov, Oblomov, I – 3