Oblomoviana III

Zachàr, il servitore di Oblomov, credo abbia i requisiti per essere un’icona. Granitico nella sua infingardaggine, col culo incollato alla stufa per tutto il tempo che può – considerato il clima della grande Russia – non può non ricordarci qualche persona conosciuta, o di cui si è sentito parlare.
Secondo quanto scrisse l’autore a un Tolstoj più giovane di lui di sedici anni, la prima parte dell’Oblomov era «scadente». Ma il romanzo, uscito in quattro fascicoli fra gennaio e aprile 1859, ebbe un bel successo. Lo stesso Tolstoj scrisse al critico Aleksandr Družinin: «un successo non fortuito, chiassoso, ma sano», destinato a durare ben oltre «il pubblico dei nostri giorni»; Tolstoj lo considerava un’opera «come non se n’erano viste da molto, molto tempo».

Zachàr aveva passato i cinquant’anni. Non era più il diretto discendente di quei Caleb* russi, servi, cavalieri senza macchia e senza paura, che spingevano la loro devozione ai signori fino al sacrificio di se stessi, che si distinguevano per avere tutte le virtù e nessun vizio. Egli era un cavaliere con macchia e con paura. Apparteneva a due epoche, e tutte e due avevano impresso il loro marchio su di lui. Dall’una era passata a lui, in eredità, la sconfinata devozione alla casa Oblomov, e dall’altra, la più tarda, la raffinatezza e la corruzione dei costumi.
Appassionatamente devoto al suo signore, eran tuttavia rari i giorni in cui non lo ingannasse. Il servo dei tempi passati tratteneva il padrone dallo sciupio e dalla intemperanza, Zachàr invece amava egli stesso bere con gli amici a spese del padrone; il servo d’un tempo era casto come un eunuco, e quest’altro invece correva sempre da una certa comare di specie molto sospetta. Quello era più duro d’una cassaforte nel custodire il denaro del padrone, e Zachàr, sempre all’erta per guadagnare qualche copeco su qualunque spesa del padrone, immancabilmente s’impadroniva di ogni moneta che trovasse sulla tavola. E così, se Il’ja Il’ič si dimenticava di chiedere il resto a Zachàr, quello non gli tornava più di sicuro.
Somme maggiori egli non rubava, forse perché misurava i suoi bisogni a copeche , o perché temeva d’essere scoperto, in ogni modo non per eccesso di onestà. L’antico Caleb sarebbe piuttosto morto, come un bene avvezzo cane da caccia, accanto alle provvigioni affidate alla sua sorveglianza, anziché toccarle; questo invece era sempre pronto a mangiare e bere anche quello che non gli era affidato; quello si preoccupava solo che il padrone mangiasse di più ed era triste se il padrone non aveva appetito; questo invece era triste se il padrone mangiava tutto quello che c’era nel piatto.
Oltre a tutto, Zachàr era un pettegolo. In cucina, in bottega, negli incontri sulla soglia di casa, ogni giorno si lamentava che la sua non era una vita, che un padrone peggiore del duo non esisteva: capriccioso, avaro, furioso, ch’era impossibile contentarlo, insomma ch’era meglio morire che stare in casa sua.

* Caleb era un personaggio di Walter Scott, che diventò il tipo del servo fedele.

Ivan Gončarov, Oblomov, I – 7

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