Oblomoviana VI

01

Una volta che rincasarono molto tardi, Oblomov protestò con maggior forza contro quel modo esagitato di vivere.
«Giornate intere senza togliermi gli stivali», brontolò infilandosi la veste da camera. «Bruciano i piedi addirittura! Non mi piace questa vostra vita pietroburghese!», proseguì, sdraiandosi sul divano.
«Allora, che vita ti piace?», domandò Stolz.
«Non quella che faccio adesso».
«Che cosa, precisamente, non ti piace di questa vita?»
«Tutto: le continue corse come a gara, l’eterno gioco delle meschine passioni, soprattutto l’avidità, il bisogno di tagliarsi le gambe l’un l’altro, le chiacchiere, i pettegolezzi, il punzecchiarsi a vicenda, quello squadrarsi da capo a piedi; se ascolti le conversazioni, ti gira la testa, ti senti stordito. A prima vista sembrano tutti intelligenti, ti par di leggere tanta dignità sui loro visi, ma appena li ascolti: “A questo hanno dato quello, questo ha ottenuto l’appalto.” “Scusate, per quale ragione?”, grida qualcuno. “Quello ieri sera al club ha perso tutto al gioco: quell’altro ha guadagnato trecentomila rubli!”. Che noia, che noia, che noia!… Ma dov’è l’uomo? Dov’è la sua interezza? Dove si è nascosto? In quali sciocchezze si è sminuzzato?»
«Il mondo e la società devono pure occuparsi di qualcosa», disse Stolz, «ognuno ha i suoi interessi. È la vita…»
«Il mondo, la società! Forse tu, Andrej, mi porti in questo mondo, in questa società proprio per farmi passare la voglia di frequentarli. La vita: bella vita! Cosa c’è da cercare lì? Interessi dello spirito o del cuore? Guarda dunque dov’è il centro intorno al quale si muove tutto questo: non c’è un centro, non c’è niente di profondo, niente che arrivi al cuore. Sono tutti quanti dei cadaveri, degli addormentati peggio di me questi membri della società e del mondo! Che cosa li guida nella vita? Certo, non se ne stanno sdraiati, tutto il giorno si affannano ad andare avanti e indietro come mosche, e a che pro? Entri in un salone e non ti stanchi mai di ammirare la simmetria con cui sono disposti gli ospiti, il tranquillo, pensoso atteggiamento con cui essi… giocano a carte. Un grande scopo della vita, non c’è che dire! Eccellente esempio per una mente che ha bisogno di esercizio! E questi non sarebbero cadaveri? Forse non dormono per tutta la vita seduti? Perché io sarei più colpevole di loro, se me ne sto sdraiato a casa mia e non mi rompo la testa con fanti, re e regine?»
«Roba vecchia, questa, di cui si è già parlato un migliaio di volte», osservò Stolz. «Hai niente di più nuovo?»
«E la nostra migliore gioventù, che cosa fa? Non dorme forse mentre balla, cammina, si fa scarrozzare per la Prospettiva Nesvkij? Un vuoto, continuo susseguirsi di giorni! E guarda con quanta superbia e degnazione, con che aria sdegnosa i giovani guardano chi non è vestito come loro, chi non porta i loro nomi e i loro titoli. E s’illudono, disgraziati, di essere al di sopra della folla. “Noi occupiamo cariche che nessuno, all’infuori di noi, può occupare; sediamo nella prima fila di poltrone; noi andiamo al ballo del principe N. dove siamo ammessi solo noi…”. Ma quando si riuniscono fra loro, si ubriacano e si azzuffano come selvaggi! E questi sarebbero gli uomini vivi, la gente che non dorme? E non è solo la gioventù: guarda gli uomini anziani. Si riuniscono, si scambiano inviti a pranzo, senza cordialità, senza bontà, senza reciproca simpatia! Si riuniscono a tavola, danno una serata, come andassero in ufficio, senza allegria, freddamente, per vantarsi del cuoco, del salone, per poi tagliare i panni addosso agli altri e farsi reciprocamente lo sgambetto. L’altro ieri a pranzo, non sapevo dove guardare e sarei andato a nascondermi sotto la tavola quando hanno cominciato a fare a brandelli la reputazione degli assenti: “Questo è uno stupido, quello è un vigliacco, un altro è un ladro, un altro ancora è un buffone”… una vera caccia a cavallo! E mentre parlano, si scambiano occhiate significative: “se solo esci dalla porta, ce ne sarà anche per te!…” Perché si riuniscono insieme, se son così? Perché si stringono la mano con tanto vigore? Mai una risata sincera, mai un barlume di simpatia! Si affannano per avere in casa il pezzo grosso, il nome famoso. “Da me c’è stato Tizio, sono andato da Caio”, si vantano poi… Ma che razza di vita è questa? Io non voglio saperne. Che cosa mi può insegnare? Che cosa ne ricavo?»
<«Sai una cosa, Il’ja?», disse Stolz. «Il tuo modo di ragionare è antiquato: quello che hai detto si trova tutto nei libri di una volta. In fin dei conti, ti fa bene: almeno ragioni, non dormi. E poi, che altro c’è? Continua.»
«Perché continuare? Facci caso: qui nessuno ha il viso fresco e sano.»
«È colpa del clima», lo interruppe Stolz. «Anche il tuo viso è sciupato, e tu non corri, te ne stai sempre sdraiato.»
«Nessuno ha lo sguardo limpido, sereno», proseguì Oblomov, «tutti si trasmettono l’un l’altro preoccupazioni, angosce, pene, tutti sono alla morbosa ricerca di qualcosa. Se almeno cercassero la verità, il bene per sé e per gli altri… no, il successo di un amico li fa impallidire. Uno ha un’altra idea fissa: domani deve passare in un ufficio pubblico, dove si trascina una pratica da cinque anni; la parte avversa continua a spuntarla, e lui per cinque anni si porta quel chiodo nella testa, con un solo desiderio: dare lo sgambetto all’altro e sulla sua caduta costruire l’edificio della propria fortuna. Fare anticamera sospirando per cinque anni: questo sarebbe il suo ideale, lo scopo della sua vita! Un altro si tormenta perché è condannato ad andare ogni giorno in ufficio e a starci fino alle cinque; ma un altro ancora sospira con tristezza perché lui non ha questa fortuna…»
«Sei un filosofo, Il’ja. Tutti si danno da fare per qualcosa, solo a te non occorre mai niente!»
«Per esempio, quel signore giallognolo con gli occhiali», continuò Oblomov, «mi si è messo alle costole per sapere se avevo letto il discorso di un certo deputato; e mi ha guardato con tanto d’occhi quando gli ho detto che non leggo i giornali. E si è messo a parlare di Luigi Filippo come se fosse suo padre. Poi mi ha attaccato un altro bottone per sapere qual era, secondo me, il motivo della partenza da Roma dell’ambasciatore francese. Com’è possibile condannarsi per tutta la vita a imbottirsi ogni giorno delle notizie dal mondo intero, e a gridare per tutta la settimana fino a perdere il fiato? Oggi Mehmet-Alì ha mandato una nave a Costantinopoli, e lui si lambicca il cervello: perché? Domani il Don Carlos fa fiasco, e lui di nuovo tutto agitato. Là scavano un canale, qua mandano un distaccamento in Oriente; santi numi, è scoppiato l’incendio! E tutto sconvolto, si mette a correre e a gridare, come se i soldati marciassero contro di lui. Ponderano, chiacchierano a vanvera, ma in fondo si annoiano, tutto ciò non li interessa; sotto quelle grida si sente un sonno eterno! Tutto ciò è loro estraneo, come se andassero in giro col cappello di un altro. Poiché non hanno niente da fare per conto proprio, si buttano di qua e di là, senza una direzione precisa. Sotto questo voler abbracciare il tutto c’è il vuoto, la mancanza di simpatia per tutto! Quanto a scegliere un modesto sentiero di lavoro, e seguirlo, scavare un solco profondo… è una cosa noiosa, insignificante; qui non serve a nulla atteggiarsi a sapientoni, e non c’è nessuno a cui buttare polvere negli occhi.»

Ivan Gončarov, Oblomov, II – 4

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